Stefano Andreoli, classe 1979, romagnolo e cesenate doc, già ai tempi del Liceo scientifico Righi di Cesena ha rivelato una particolare predilezione per la scrittura.
Oggi, dopo aver fondato il sito satirico Spinoza.it, è tra gli autori più noti del panorama televisivo italiano. Presenza discreta dietro le quinte, ma incisiva nello stile. Da oltre 15 anni vive a Milano e tutte le mattine dal microfono di Radio Monte Carlo dà il suo buongiorno al bel Paese con la trasmissione Bonjour Bonjour. Tantissime sono state negli anni le collaborazioni di Andreoli con artisti italiani.
A partire da Italialand di Maurizio Crozza, fino al Festival di Sanremo nel 2012, condotto da Gianni Morandi e Rocco Papaleo, di cui è stato autore. Fino al 2021 ha fatto parte del team di Quelli che il calcio sulla Rai, nelle edizioni condotte da Nicola Savino e da Luca e Paolo. Collaboratore di Roberto Benigni da tanti anni, nel 2025 ha contribuito agli spettacoli Il sogno e Pietro, un uomo nel vento, trasmessi da Rai 1, grandi successi di pubblico dai quali sono stati tratti due libri per Einaudi Stile Libero. Oggi è nel team degli autori di Splendida Cornice, varietà di Rai 3 presentato da Geppi Cucciari.
D. Stefano, come è arrivato a decidere di volersi occupare di comunicazione?
R. “Non è stata una decisione, diciamo che è successo. Ho studiato al liceo scientifico e poi ho frequentato Architettura, senza troppa convinzione. Sono sempre stato appassionato di spettacolo, in particolare di comicità. Guardavo i cabarettisti in tv e pensavo: magari un giorno anche io farò ridere per mestiere. In un certo senso ce l’ho fatta, anche se la maggior parte del mio lavoro avviene dietro le quinte.”
D. La scrittura è una passione cresciuta nel tempo?
R. “Sì. Da ragazzo frequentavo la parrocchia di San Rocco di Cesena, dove con i miei amici mettevamo in scena sketch ispirati alla comicità di Aldo, Giovanni e Giacomo. Nei primi anni Duemila, ho aperto un blog sul quale appuntavo riflessioni e battute. Poi è nato Spinoza, blog di satira politica, creato insieme ad Alessandro Bonino: è a quel punto che è cambiato tutto.”
D. Da qui poi c’è stata una catena di possibilità e di incontri…
R. “La natura collettiva di Spinoza, che oltre ai nostri contributi veniva alimentato dalle battute dei lettori, ha favorito una serie incredibile e fortunata di connessioni. Sono finito in radio e in tv, ospite di vari programmi, fino alla telefonata di Roberto Benigni, nel 2010, alla quale ho risposto pensando fosse uno scherzo. E invece era lui, con la stessa voce calorosa che il pubblico riconosce al cinema e alla tv: aveva letto il primo libro tratto da Spinoza, intitolato Un libro serissimo, e voleva congratularsi con gli autori per il livello delle battute.
Quando, durante la nostra chiamata, ha scoperto che ero nato a Cesena ho percepito che la sua voce si è illuminata proprio per il legame affettivo che ha con la nostra città. Da allora il nostro rapporto non si è mai interrotto, e nel tempo abbiamo instaurato un’amicizia. Ci sentiamo spesso, anche al di là degli impegni professionali, e questo per me è un grande privilegio.”
D. Qual è il suo rapporto con la parola?
R. “Le parole sono preziose: è importante scegliere sempre quelle giuste, perché il linguaggio che usiamo dice tutto di noi. Ho imparato l’italiano grazie alla Settimana Enigmistica, rivista con la quale ho il privilegio di collaborare, e soprattutto ai fumetti: da bambino potevo passare interi pomeriggi a leggere Topolino, imparando termini fantasiosi e desueti come ‘fellone’, ‘fedifrago’, ‘pusillanime’.
Spesso si sente qualche politico dire, in senso negativo, ‘Ma dove hai studiato, su Topolino?’. Non potrebbe esserci paragone più ingiusto: i personaggi di Topolino parlano un italiano migliore di tanti politici. E non di rado dicono anche cose più sensate.”
D. Qual è il processo creativo?
R. “Per me scrivere è tutt’altro che rilassante. Mi ritrovo nelle parole di Beppe Fenoglio quando dichiarava: ‘La più facile delle mie pagine esce spensierata da una decina di penosi rifacimenti’. Ma a differenza della narrativa, dove si potrebbe continuare a limare all’infinito, quando si lavora in tv l’ansia della scadenza è il motore principale: prima o poi è necessario mettere un punto perché bisogna andare in onda.
A volte, certe idee che reputavi ottime finiscono nel cestino. E poi, quando si scrive per altri, si deve entrare un po’ dentro la loro testa. Gli artisti ci mettono la faccia, hanno sempre l’ultima parola. Se non sono convinti di un testo o di una battuta, non sempre vale la pena insistere: spesso hanno ragione loro.”
D. E parlando di spettacoli, come sono nate le sue idee più riuscite?
R. “Quando si ha un’idea, non basta metterla su carta: in tv è necessario rapportarsi con tante persone che si occupano di regia, scenografie, musiche e grafica. Il processo è molto laborioso. A volte, però, gli sketch ‘vincenti’ nascono in tutta fretta.
Ne ricordo uno con Geppi Cucciari, nel periodo in cui vi era stata una polemica su una puntata di Porta a Porta sul tema dell’aborto in cui erano intervenuti solo uomini; e allora a Splendida Cornice abbiamo pensato di scrivere un finto talk show chiamato Geppi a Geppi, mettendo in scena un dibattito di sole donne sul tema dell’impotenza maschile collegata alle auto di grossa cilindrata. Con i miei colleghi scrissi quel copione quasi di getto, andò in onda praticamente senza prove, eppure ebbe un grande successo e fu molto gratificante.”
D. La radio è uno spazio prediletto per lei? Come cambia il suo approccio rispetto alla televisione?
R. “Nell’epoca dell’immagine, trovo che la vera forza della radio sia proprio la mancanza dell’immagine. Io, poi, pur vivendo a Milano, sono l’ultima persona da associare alla capitale della moda: spesso vado in onda stropicciato e malvestito, al mattino mi sveglio alle 5 e mi vesto praticamente al buio. Sono piuttosto timido; non smanio dalla voglia di esibirmi, non escludo però, un giorno, di proporre uno spettacolo tutto mio.”
D. A proposito di attualità: il politicamente corretto, spesso diffuso nell’opinione pubblica, sta condizionando la satira?
R. “L’umorismo evolve seguendo la sensibilità che cambia, è normale. Oggi rileggiamo certe battute degli anni Ottanta chiedendoci: ma davvero ridevamo di queste cose? Il politicamente corretto è un falso problema: è possibile dire quello che si vuole, ma è necessario prendere coscienza che ogni cosa che diciamo ha le sue conseguenze. Insomma, le cose cambiano.
La politica, ad esempio, non è più percepita come qualcosa di intoccabile: spesso i politici di oggi riescono a prendersi in giro da soli appena aprono bocca, e quindi non c’è più gusto a colpirli. Tendenzialmente i comici più giovani preferiscono far ridere partendo dalla propria vita o dall’analisi del costume e della società.”
D. Guardando all’attualità e ai colleghi, da chi secondo lei si può trarre ispirazione?
R. “Oltre ai nomi storici, ritengo Valerio Lundini uno dei più grandi comici di oggi: tutto nelle sue performance è studiato, anche le pause e le apparenti incertezze.
Vorrei anche citare Federico Basso e Aurora Leone, due grandi talenti con i quali ho collaborato all’ultimo DopoFestival su Rai 1, e Alessandro Arcodia, un comico che realizza brevi reportage per Splendida Cornice che riscuotono grande successo sui social.”





















