Da anni Gigi Riva vive a Santarcangelo di Romagna, il suo ‘porto sicuro’, nato da un innamoramento tutto romagnolo nel 1989, mentre cadeva il Muro di Berlino. “Questo libro va letto come una storia dove anche i personaggi inventati restituiscono il vero spirito di quegli anni,” racconta Riva.
Alcuni protagonisti sono reali, altri nascono dalla finzione narrativa “per rendere il vero ancora più vero.” Il cuore del romanzo resta l’assedio di Sarajevo, ma soprattutto l’umanità che continuò a vivere sotto le bombe. Nel libro convivono amore e morte, desiderio di resistere e paura quotidiana. “I protagonisti sono i vinti della storia,” spiega. “Sono stati sconfitti due volte: prima dalla guerra e poi dalla pace. Una pace che non ha restituito la Sarajevo cosmopolita e luminosa che avevano conosciuto. Al suo posto sono arrivati nazionalismi, divisioni etniche, corruzione e clientelismi. Tutti i mali del mondo di oggi hanno avuto lì la loro origine.”
Gigi Riva insiste molto sul legame tra quella guerra e il presente. “Quando si dice che dopo la Seconda guerra mondiale in Europa non ci sono più state guerre, si rimuove quello che è successo nei Balcani. Eppure quella guerra ha spezzato l’Europa.” Nel romanzo ritornano inevitabilmente anche i rimandi all’oggi, da Gaza all’Ucraina, perché “Sarajevo ha annunciato il futuro.”
L’amore per la Bosnia nacque proprio durante l’assedio. “Avevo seguito anche le guerre in Slovenia e Croazia senza riuscire a parteggiare per nessuno. A Sarajevo invece fui colpito dalla mitezza dei bosniaci e dalla dignità con cui resistettero per quattro anni sotto le bombe.” Una scelta cambiò tutto: lasciare l’albergo dei giornalisti per vivere in una casa nel centro della città. “Seguire una guerra è diverso dal vivere un assedio. Io condividevo la loro vita quotidiana e da quella esperienza sono nate amicizie profonde e, alla fine, questo libro.”
Eppure, dentro l’assedio, il romanzo racconta soprattutto la forza vitale delle persone. Riva ricorda episodi minimi ma potentissimi: il profumo richiesto più del pane, il rossetto opposto alle bombe. “Sarajevo si è salvata grazie ai sentimenti e soprattutto grazie alle donne,” dice. Donne emancipate, intelligenti, combattive, come Ljubica o Jagoda, personaggi che incarnano dignità e resistenza. “Jagoda rappresenta il futuro, il ritorno dell’essenza vera di Sarajevo quando questa ondata nazionalista finirà.”
Tra i protagonisti c’è anche Carlo, il giornalista occidentale che arriva in Bosnia e sceglie di condividere fino in fondo quel destino. Un personaggio che ha fatto discutere molte lettrici durante le presentazioni del libro. “Alcune mi accusano di aver costruito un uomo troppo nobile,” racconta sorridendo. “Io invece credo che Carlo rispetti profondamente la dignità delle donne e rifiuti qualunque rapporto di potere.”
Per Riva questo romanzo rappresenta anche una svolta personale. Dopo anni di saggi e ‘letteratura del vero’, ha scelto di attraversare il territorio della narrativa. “Qui non si trattava solo di raccontare fatti, ma di entrare nell’interiorità dei personaggi. È stata una scrittura più dolorosa, ma ne valeva la pena.” E alla fine, inevitabilmente, il discorso torna alla Romagna. “ A Santarcangelo ci sono arrivato nel 1989 perché mi innamorai di una ragazza romagnola,” racconta. “Da allora questo è diventato il mio porto. Anche quando facevo l’inviato di guerra, partivo e tornavo sempre qui.”
















