Michele Andalò: paesaggi dipinti

di Aldo Savini, foto Lidia Bagnara
Michele Andalò e i suoi paesaggi dipinti in studio
Arrivare a decidere di essere artista con convinzione e consapevolezza, e a trovare nell’arte il senso autentico del rapporto con il mondo e con sé stessi, non è sempre l’esito di un percorso lineare; spesso agli slanci seguono i ripensamenti, agli abbandoni, le riprese e le sperimentazioni.

Michele Andalò ha seguito un percorso formativo ufficiale. Prima il Liceo artistico a Ravenna. Poi l’Accademia di Belle Arti a Bologna indirizzo pittura, tuttavia piuttosto altalenante, che conclude a ventotto anni, nel 2002. In quegli anni aveva l’esigenza di verificare il suo rapporto con il figurativo e si trovava in difficoltà perché l’orientamento dominante privilegiava altri generi e stili. 

Frequenti erano i contrasti con gli insegnanti, tanto che l’ultimo anno Michele Andalò frequenta un corso di fotografia più attinente al reale. Per alcuni anni lavora come assistente di Roberto Cornacchia, fotografo di Lugo. Lo seguiva quando faceva servizi negli studi dei pittori locali, così poteva entrare a contatto diretto con il loro contesto operativo e di vita. Quest’esperienza si interrompe per una crisi depressiva a cui segue l’isolamento per alcuni mesi nella sua abitazione a ridosso del fiume Santerno a Cà di Lugo.

Poi, un giorno mentre correva sull’argine, un evento occasionale. Un tramonto meraviglioso l’ha fatto sentire partecipe della natura. Una natura percepita come un’entità viva, una presenza accogliente. Tanto da riaccordarsi con la vita.

Michele Andalò ha deciso di iniziare a dipingere imparando da solo la tecnica classica. Gli è stato di aiuto il lavoro con una restauratrice sia di opere antiche che contemporanee e il servizio per un anno al MamBo a Bologna come assistente per l’allestimento di mostre.

Non riconoscendosi nel linguaggio dell’arte contemporanea, non trovando la profondità di cui aveva bisogno ritorna a casa. Michele Andalò riprende a dipingere studiando i pittori romantici della realtà e il Comune di Lugo gli organizza la prima mostra personale a Casa Rossini nel 2011. 

La sua vita ha una svolta positiva con il matrimonio. Si pone il problema di mantenimento della famiglia e quindi il solo lavoro che si combini con la pittura è l’insegnamento. Già aveva tenuto corsi all’Università degli adulti di Lugo ma l’obiettivo era la scuola pubblica. Così, dopo due anni come supplente al Liceo artistico di Ravenna e completato il tirocinio, è entrato di ruolo e ora insegna a Imola con l’aspirazione di ritornare a Ravenna.

Michele Andalò è un pittore di paesaggio che dipinge in studio, non come gli impressionisti che operavano en plein air. Parte sempre da una sua fotografia a campo lungo proiettata sullo schermo del computer che riproduce contemporaneamente in serie su vari supporti di dimensioni diverse, sempre orizzontali.

Lo stesso soggetto, un tratto del paesaggio della campagna locale, viene progressivamente sviluppato in una sorta di dialogo e confronto tra le possibili soluzioni pittoriche. Solo apparentemente identiche, per trovare quel sentimento provato dal vero, che possa istituire una relazione intersoggettiva con lo spettatore. Il paesaggio dipinto si trasforma in un pretesto per liberare e far emergere, anche visivamente, la profondità spirituale dell’artista.

Nella composizione l’immagine appare divisa dalla linea dell’orizzonte tra la terra e il cielo. La terra decisamente stabile, opaca e materica, il cielo libero nel colore che alleggerisce la visione pur non sempre corrispondente al vero. È un colore-emozione che, con quella luce che la pittura può consentire, riesce a trasformare quell’immagine in un miraggio denso di valenze sentimentali.

Michele Andalò: la storia dell'artista ravennate su Ravenna IN Magazine 04/22
In foto Michele Andalò con il suo dipinto
Michele Andalò: la storia dell'artista ravennate su Ravenna IN Magazine 04/22
Andalò propone un ritorno alla natura che, pur minacciata nella sua integrità da una massificazione sempre più invadente e da un uso consumistico, resta un bisogno per lo spirito nella contemporaneità, con l’occhio rivolto al passato, ma senza rimpiangerlo.

Condividi l’articolo: