Enrico Minguzzi, inventore di immagini

di Aldo Savini, foto Lidia Bagnara
Enrico Minguzzi offre una visione alternativa della realtà
L’atelier degli artisti non sono ambienti neutri, contengono una gran quantità di dati e informazioni che rivelano il modo di operare, il valore attribuito alla conservazione e disposizione delle opere ultimate e, soprattutto, svelano aspetti della personalità dell’artista.

Lo studio di Enrico Minguzzi in pieno centro a Bagnacavallo era in origine una grande cantina di inizio Novecento che è stata ristrutturata. È luogo di lavoro ma anche abitazione e giardino. Divisi da grandi vetrate che evidenziano la distinzione ma non la separazione. E lasciano intendere come arte e vita, il vivere quotidiano e il momento della creatività siano inscindibili.

Originario di Alfonsine, anche se all’anagrafe risulta nato a Cotignola nel 1981, fin da ragazzo Enrico Minguzzi ha manifestato una predisposizione che si è rivelata talento per la pittura. Così, ha seguito un corso regolare di studi, prima al liceo artistico a Ravenna dove ha appreso la tecnica. Poi all’Accademia di Belle Arti di Bologna, dove hanno avuto un ruolo formativo le lezioni di anatomia dell’arte di Davide Benati. Grazie al quale è entrato in rapporto con la Galleria Cannaviello di Milano.

Il periodo milanese si è concluso con il richiamo della Romagna che lo ha indotto a ‘ritornare a casa’ e a stabilirsi definitivamente a Bagnacavallo. Si sente romagnolo, ma non si ritiene legato a una tradizione locale da proseguire. Guarda più all’esterno che al territorio, non fa parte di un gruppo specifico. Il percorso creativo ha un filo conduttore mirante a travisare la realtà per offrirne una visione alternativa, uno sguardo diagonale o laterale.

Agli esordi ha indagato quello che gli stava attorno. Le cose più semplici della quotidianità per stravolgerne la visione abituale, rendendole quasi monumentali. Questo modo di osservare lo si ritrova nei cicli successivi, incentrati prima sul paesaggio e poi sulla natura morta che morta non è.

Il suo rapporto con il paesaggio non sta nel restituire immagini veritiere quanto farle affiorare dalla propria immaginazione o dai ricordi. Più legate alla percezione di quel luogo che a quello che è quel luogo, e ciò consente di poter leggere come il territorio sia vissuto nella contemporaneità.

I suoi paesaggi non sono realizzati en plein air secondo la tradizione inaugurata dagli impressionisti, ma nascono sempre in studio. Il colore ha un ruolo significativo nella definizione dell’equilibrio dell’immagine. Anche se nel tempo la sua tavolozza è andata abbassandosi di tono riducendo le esplosioni di colori accesi, dove gli accostamenti di colori in contrasto sono in funzione di un’esigenza di equilibrio in quanto danno bagliori che rendono viva e dinamica l’immagine.
Anche la luce è costruita mentalmente, tendenzialmente appiattita, non modellata sul chiaro scuro, l’accensione luminosa fluorescente a volte subisce variazioni in funzione dell’occhio e della percezione.

Da poco più di sei mesi si sta confrontando anche con la scultura, anche se non si definisce scultore. Ha scoperto le cose ‘facendo’, in corso d’opera, trattando la schiuma di poliuretano, la spugna e la resina epossidica con le mani, il cutter e le forbici. Le sue sculture nascono dopo i dipinti, quindi vicine al suo lavoro pittorico, per rivendicare anche per le opere tridimensionali il potere della forma dinamica, esuberante, ascensionale, ma sempre immaginata e inventata.

Enrico Minguzzi, l'inventore di immagini
Pur sentendosi romagnolo, Enrico Minguzzi non è legato a una tradizione locale. I suoi paesaggi nascono in studio e il colore ha un ruolo significativo nella definizione dell’equilibrio dell’immagine.

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