Maria Cristina Didero, sguardo al design

di Lucia Lombardi, foto Fabrizio Petrangeli
La curatrice Maria Cristina Didero Tra Rimini E il mondo
Rimini è una città che non si possiede mai del tutto: la si attraversa, la si vive intensamente, poi la si lascia andare. È un luogo di euforia e transitorietà, dove tutto sembra accadere per un tempo limitato, come una parentesi luminosa. Forse è anche da qui che nasce uno sguardo capace di tenere insieme distanza e coinvolgimento, radici e movimento continuo.

Curatrice internazionale, Maria Cristina Didero, con una formazione umanistica e una pratica che intreccia design, arte e società, racconta un percorso che parte dall’Adriatico e arriva ben oltre i confini italiani, senza mai perdere il filo delle persone.

D. Maria Cristina Didero, Rimini è il luogo in cui è cresciuta. Che sguardo le ha dato sul mondo?

R. “Sono emiliana di nascita ma cresciuta a Rimini, un luogo stereotipicamente legato all’intrattenimento, al divertimento, allo sport e al cibo. Rimini è una bolla temporale, una meta turistica: le persone arrivano, si lasciano stupire e poi se ne vanno.

Credo di aver imparato qui il senso profondo di parole come euforia, attrazione, transitorietà, ma anche una certa predisposizione verso la vita, verso l’altro e verso l’ignoto. Rimini mi ha insegnato a convivere con tutto questo, ma anche ad allontanarlo dal mio quotidiano.”

D. Dalla laurea in Lettere al design internazionale: quando avviene la svolta?

R. “Il primo distacco da Rimini è stato per studiare. Mi sono laureata a Bologna con una tesi comparativa tra la Rivoluzione francese e quella bolscevica. Poi ho viaggiato tanto, fino ad arrivare a Milano nel dicembre del 1997.

La letteratura e la storia sono parte della mia formazione e del mio patrimonio, ma il design e l’architettura sono sempre stati una grande passione. Appena possibile ho iniziato a lavorare in questo campo, a partire dal Vitra Design Museum in Germania, una delle istituzioni più prestigiose per il design. Da lì ho continuato il mio percorso.”

D. In che modo il background umanistico entra nel lavoro curatoriale di Maria Cristina Didero?

R. “Il mio mantra è che il design parla di persone e non di ‘sedute’. In inglese funziona meglio: design is about people, not about chairs. Ho sempre cercato di portare avanti progetti che mettessero al centro il designer prima del prodotto.

Ci sono curatori che fanno esattamente l’opposto, concentrandosi solo sull’oggetto e sulla sua forma. Io do importanza alla narrazione, alla storia, all’intenzione. Mi interessa capire chi crea un oggetto, più che l’oggetto in sé. Molte delle mie mostre indagano il rapporto tra design e le grandi sciagure dell’umanità: design e religione, politica, guerra, veganesimo.”

D. Vivendo a Milano ma lavorando su scala globale, che rapporto ha oggi con Rimini?

R. “Rimini è la città dove sono cresciuta, una forza ancestrale che mi riporta qui. Mi piace tornarci, vedere le persone care. È un luogo della memoria e serve il suo scopo. Io e mio marito abbiamo una casa in campagna con molti animali, dove passiamo del tempo.

Negli anni ho anche realizzato alcuni progetti in città: i grandi cartelloni di Cattelan Saluti da Rimini, che hanno appena compiuto dieci anni, e l’installazione 208 al Ponte di Tiberio con Gio Tirotto, durante il Covid.”

D. Che significato ha avuto 208?

R. “È stato un progetto a me molto caro, non solo perché presentato nella mia città, ma per ciò che rappresentava. 208 raccontava di solidarietà, di collettivismo e resilienza, ma anche di tragicità e disperazione condivisa, con un possibile lieto fine.

Le boe rappresentavano i 208 Stati sovrani del mondo: galleggiamo e anneghiamo tutti allo stesso modo. Volevamo dire che si può comunicare anche senza parlare – bisogna essere più gentili, più rispettosi, e lavorare insieme per il bene comune.”

D. Che possibilità vede per il futuro del design?

R. “Le generazioni sono influenzate dal contesto, ma oggi, con le connessioni globali, siamo tutti sulla stessa barca e non siamo più giustificati a non sapere. L’unica possibilità reale per il futuro del design è la sperimentazione: provare, fare pratica, fallire e riprovare finché non si ottengono risultati.”

D. Tra Oman, Tokyo, Tirana e l’Italia: qual è il filo rosso dei progetti attuali?

R. “La mostra in Oman1 to a Million Design Stories per ADI racconta le icone del Compasso d’Oro con un punto di vista immaginativo, amplificato dai disegni di Steven Guarnaccia. Craft x Tech a Tokyo fa dialogare designer internazionali e artigiani giapponesi: spesso senza una lingua comune, ma con una sintonia data dalla materia e dall’esperienza.

Con Francesca Molteni realizziamo film e mostre che parlano più delle persone che degli oggetti, più delle motivazioni che delle soluzioni. A Tirana lavoreremo su Gaetano Pesce attraverso i suoi disegni e le sue parole. Credo che il filo conduttore sia sempre lo stesso: le persone. Rimini, in questo, resta una maestra indiscussa nell’accoglierle.”

Maria Cristina Didero, sguardo al design
In apertura, Maria Cristina Didero, insieme ad Andrea Gnassi, Maurizio Cattelan e Pierpaolo Ferrari in un progetto per la città di Rimini di ‘Toiletpaper’.
Maria Cristina Didero, sguardo al design
Maria Cristina Didero, sguardo al design
Pubblicato su Rimini IN Magazine 01/26, chiuso per la stampa il 27/02/2026

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