Gioco del pallone: la storia

di Andrea Casadio, foto Massimo Fiorentini
Pratica e fenomeno di massa con squadre cittadine e impresari
“Il concorso oggi è stato numerosissimo. E la partita composta de’ migliori giocatori parte monaci, parte cavalieri, e parte altri amici di casa.”

Era il 17 luglio 1789 e a Ravenna perfino i monaci di S. Vitale, con gran seguito della popolazione e la benedizione dello stesso cardinale legato, si dedicavano a uno svago assai poco confacente al clima rigoroso che ci si aspetterebbe da un monastero. Il gioco del pallone.

La ‘partita’ – intesa nel significato di ‘squadra’ – era infatti quella dedicata al ‘gioco del pallone’. Una delle prime forme di sport semi-professionistico. E uno dei fenomeni sociali più caratteristici dell’Italia di quel tempo.

Un campo di 80-100 metri di lunghezza e una ventina di larghezza, un muro d’appoggio alto circa altrettanto. Due squadre composte da tre persone che si rilanciavano un pallone di cuoio, appunto facendolo rimbalzare sul muro. Con l’ausilio di un bracciale di legno.

Queste, all’incirca, le caratteristiche del gioco, noto appunto anche come ‘gioco del pallone a bracciale’. Di origini assai antiche, aveva cominciato ad affermarsi verso la metà del XVI secolo, trasformandosi da passatempo nobiliare a spettacolo popolare ospitato nelle strade e nelle piazze.

Anche Ravenna si impose in maniera assai precoce, a giudicare dal bando con cui, già nel 1546, il governatore della città proibì a “persona alcuna di giocare al palone et mancho a palla picholla” nelle strade attorno al monastero di Classe (l’attuale biblioteca Classense). Sotto pena di una multa, decisamente salata, di cinque scudi.

Purtroppo, questa rimane per molto tempo l’unica testimonianza di una pratica che però assunse senza dubbio, nel corso dei decenni, un carattere sempre più di massa. Alla fine del Settecento, quando ricompaiono documenti che ne parlano, il gioco del pallone era ormai un fenomeno pienamente strutturato. Con caratteristiche che ricordano sotto diversi aspetti quelle del calcio di oggi.

Accanto a una pratica che doveva essere assai diffusa come passatempo popolare c’erano anche vere e proprie squadre cittadine, con ‘impresari’ che organizzavano tornei ingaggiando i giocatori e lucrando sulla vendita dei biglietti per il pubblico. Il quale, da parte sua, si appassionava per le sfide con le compagini delle città vicine, e al tempo stesso alimentava un notevole giro di scommesse.

“Il fanatismo per il gioco del pallone,” scriveva il conte Ippolito Gamba Ghiselli nel 1781, “cresceva ogni giorno. Andrea Costa aveva fatto venire un certo Pierino da S. Costanzo, ch’era bravissimo pallonista. E lo aggiunse alla partita-squadra di Ravenna col prezzo di 23 zecchini alla finita del gioco. Viaggi pagati, tavola, e alloggio di branda. E caffè, e teatro, parimente pagato, con una metà delle scommesse che si facevano a suo favore.”

Uno degli aspetti più caratteristici della frenesia per il pallone era infatti l’esistenza di professionisti ingaggiati dagli impresari per rinforzare le squadre cittadine e accendere l’interesse dei tifosi. Vere e proprie celebrità che acquisivano anche fama nazionale. Come ad esempio quel Carlo Didimi al quale perfino Giacomo Leopardi dedicò nel 1821 l’ode al ‘vincitore nel pallone’.

Gamba Ghiselli riferisce di diverse sfide della squadra ravennate soprattutto con i rivali faentini e forlivesi, ricche di aneddoti gustosi. A ospitare le partite furono per lungo tempo luoghi della città appositamente dedicati, dove venivano eretti palchi in legno temporanei destinati al pubblico.

Verso il 1770 il campo di gioco era in piazza del Popolo, nell’area di fronte al palazzo Dal Sale (l’odierna sede Unicredit). Qualche anno dopo venne trasferito nell’attuale piazza Garibaldi. Ma nel 1790 il già citato impresario (ed egli stesso giocatore) Andrea Costa, insieme ai nobili Francesco e Ippolito Lovatelli, ottenne dal Comune il permesso di adattare uno spazio in via Zagarelli alle Mura. Nel punto dove la strada forma tuttora una sorta di piazzale verso l’angolo con via Pascoli.

Questo luogo – che fino a tempi relativamente recenti continuò infatti a essere popolarmente noto come e’ zug de palon – rimase l’arena ufficiale del gioco per circa un secolo. Purtroppo, le imprese sportive che qui ebbero la loro ribalta sono rimaste condannate all’oblio, in mancanza di un testimone che le abbia tramandate.

Si sa però che verso la metà dell’Ottocento, quando ormai molte città cominciavano a dotarsi di apposite arene denominate ‘sferisteri’, la soluzione escogitata una cinquantina di anni prima cominciava a mostrare tutti i suoi limiti. La difficoltà di dotarsi di luoghi adeguati all’esercizio delle discipline sportive fu una delle cause del declino della passione per il pallone. Che, pur verificatosi in tutta Italia alla svolta del Novecento, fu a Ravenna particolarmente precoce.

Abbandonato verso il 1890 il vecchio campo ormai fatiscente, per qualche tempo un’arena di fortuna, fu allestita nella zona allora poco urbanizzata accanto alla stazione. Nell’odierno viale Maroncelli. In ogni caso, nei primi anni del secolo la pratica era ormai quasi scomparsa.

Nel 1906 il direttore dell’istituto tecnico, ospitato nel complesso della Classense, lamentava che il ‘prato di Classe’ (l’attuale largo Chartres) era adibito a usi impropri. Fra cui appunto quello di campo di gioco del pallone. Impossibile stabilire con certezza se si tratti della prima testimonianza ravennate sul moderno football o dell’ultima sul gioco tradizionale.

Siccome però la prima partita di calcio a noi nota in città risale solo al 1913, l’ipotesi più probabile sembra la seconda. In tal caso, per una bizzarra ironia della storia la parabola del vecchio gioco del pallone, dopo avere alimentato per quattro secoli le passioni di generazioni di ravennati, si chiudeva nel luogo stesso in cui era iniziata.

Gioco del pallone: la storia su Ravenna IN Magazine
Qui sopra, l’antico pallone in legno noto come il ‘pallone a bracciale’.

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