Remo Suprani oggi è soddisfatto della scelta. Ma avendo perso gli anni in cui si apprendono gli elementi di base delle varie tecniche dal disegno di figura alla pittura e alla scultura, si considera un autodidatta.
Così può dire che “molte cose le ho imparate anche casualmente durante il mio percorso. Sia per la scelta dei materiali che per le tecniche che mi dessero la possibilità di esprimere quello che sentivo di voler manifestare.” Finito il liceo e dopo il servizio militare ha avuto qualche esperienza lavorativa senza abbandonare la sua autentica passione. In quegli anni, grazie alla conoscenza dell’amico pittore Bruno Lazzarini che aveva aperto lo studio a Ravenna e la frequentazione dell’atelier di Marco Bravura, facendo esperimenti ha scoperto come usare i pastelli e i colori a olio.
Il lavoro gli lasciava molto tempo, anche mentale, per dedicarsi alle ‘cose’ che gli piacevano e che lo divertivano. Così è progredito negli esiti conformi ai suoi desideri. Usando metallo e cartone è arrivato alla selezione dei colori che sono gli stessi che continua ad usare. Cinque colori trasparenti, da velatura, stesi a più riprese che rendono visibile il suo stato emozionale e il suo modo di sentire il mondo. Dal nero avorio al bruno Van Dick, dal verde vescica al lacca di garanza rosa e al blu cobalto. Per ottenere gli effetti visivi e visionari usa il cartone, materiale fragile, poroso e assorbente, che gli consente di ottenere soluzioni che sconfinano nell’invisibile, agendo a più riprese sulle immagini che si vanno costituendo e sulle dimensioni del quadro.
Generalmente mantiene le proporzioni e le misure iniziali, ma talvolta interviene tagliando per dare all’immagine una nuova forma. Nella sua pittura anche la casualità ha un ruolo importante, perché una macchia o un gesto che prescindono da una rigida fissità possono subire quelle modificazioni che si adattano alla raffigurazione propria dell’immagine, voluta intenzionalmente.
Suprani è lontano da una concezione mimetica dell’arte. Fin dagli esordi, nelle sue opere, come quelle presentate nel 1999 per la mostra RAM a Santa Maria delle Croci a Ravenna, tutto sembra espandersi e dileguarsi. Mentre alcune presenze sono avvertibili in lontananza, sullo sfondo, tanto che si ha l’impressione che si ritraggano nel territorio della memoria e della coscienza. A tal proposito Serena Simoni, nella presentazione in catalogo, notava come “i soggetti – figure umane o particolari d’interni – sviluppino soprattutto l’idea della resistenza dell’ombra. Che poi le immagini dettino impressioni di isolamento e inquietudine importa forse meno di una pratica disegnativa che è quasi diario giornaliero.”
Da ciò ha avuto origine l’idea del paesaggio. Un paesaggio fatto di luce e ombra, o meglio di luminosità, ottenuta da trasparenze e velature che esulano da un’impronta naturalistica. Perché Suprani crea un nuovo mondo che sfugge all’ordine dell’oggettività realistica. Non è la luce tagliente di Caravaggio e nemmeno quella atmosferica degli impressionisti. La luminosità è una luce mentale, ricercata, che rende la visione pura, suggestiva ed emozionante, cosicché il contenuto dell’immagine risulta secondario rispetto alla forma dell’apparire. Diversamente, nell’impiego del metallo, le immagini e le forme vengono predefinite per la creazione di opere che, grazie all’uso della foglia oro, ricercano un decorativismo più marcato. Con tracce dorate su campiture monocromatiche e fiori, ombre o sagome in evidenza.



















