Mario Cresci, maestro indiscusso della fotografia contemporanea, professore, e direttore di Savignano Fotografia dal 1997 al 2000, ha lavorato negli atelier di quattro artisti romagnoli – Francesco Bocchini, Chiara Lecca, Alessandro Roma e Nicola Samorì – costruendo una mappa visiva della scena artistica contemporanea attraverso i luoghi di provincia in cui le opere nascono e prendono forma, da Modigliana a Bagnacavallo, da Faenza a Gambettola.
Il progetto si completa con una mostra allestita fino al 27 settembre proprio alla Fototeca, dove gli scatti dialogano con le opere dei quattro artisti, e con la pubblicazione di un catalogo edito da Dario Cimorelli Editore. Dalla visione delle immagini della mostra, colpisce una certa continuità: si ritrovano infatti molte affinità con i lavori realizzati in Basilicata e in Puglia, in cui emergeva una ricognizione antropologica sui modi di vivere delle persone, sui loro gesti e sulle relazioni, mentre in In Studio quello sguardo si sposta nel luogo di origine dell’opera d’arte.
D. Mi sembra che il suo interesse resti lo stesso: andare oltre la forma visibile, cercare una dimensione più profonda. In questo senso la macchina fotografica diventa uno strumento espressivo, discorsivo, quasi una forma di scrittura. Forse è anche questo che avvicina il suo lavoro alla letteratura, intesa come ricerca e racconto.
“Per me la fotografia è una forma di scrittura. Nasce soprattutto dal piacere di conoscere le persone. Mi viene in mente Mario Dondero, un caro amico. Diceva sempre: ‘Io faccio fotografia, ma dell’estetica mi interessa relativamente. Quello che conta è conoscere gli altri.’ Io gli rispondevo: ‘E forse anche conoscere se stessi.’
Lui rideva e replicava: ‘Gli altri, soprattutto.’ È un’idea che sento molto vicina. Per qualche ragione, nella mia vita ho fotografato più contadini che belle signore. Avrei potuto fare altro, ma sono sempre stato attratto dalle persone e dalle loro storie.”
D. Qui, invece, ha fotografato quattro artisti nei loro atelier, luoghi fisici e mentali di radicamento e di espansione. Li conosceva già?
“No. Ed è stata una scelta precisa. Ho voluto conservare la sorpresa. Quando entri in un luogo che non conosci, si mette in moto uno sforzo di immaginazione. È il momento più interessante, perché ti costringe a costruire uno sguardo senza pregiudizi. È lo stesso metodo che ho sempre adottato con i miei studenti.
Prima si fa il sopralluogo. Solo in un secondo momento arrivano la storia, la memoria, le informazioni. Il primo impatto è fondamentale: serve a mettere a fuoco non tanto ciò che si vede, quanto il modo in cui si guarderà.”
D. Sembra che luce, tempo e spazio diventino parte stessa della fotografia, in che modo l’incontro con ciascun artista ha influenzato le sue scelte?
“Ho cercato di evitare uno sguardo omogeneo. Molti autori applicano lo stesso linguaggio a qualunque situazione. Io, invece, ho fatto il contrario: mi sono lasciato guidare dall’emozione del luogo, dalla luce, dagli oggetti, dalle opere e dalla presenza di ciascun artista. Ho calibrato il mio modo di fotografare in relazione allo spazio e all’identità di ogni studio.
Con Chiara Lecca, per esempio, tutto era luminoso, vitale. Il suo lavoro nasce da un rapporto molto libero con la materia. Mi ha raccontato una storia bellissima della sua famiglia, del padre e del nonno, pastori sardi emigrati. Utilizza materiali di origine animale, li trasforma, li reinventa. Tutto questo è entrato naturalmente nelle fotografie. All’estremo opposto c’è Nicola Samorì. Il suo mondo è più tenebroso. La luce cambia completamente. Ci sono quei volti sofferenti, la pittura, un’atmosfera molto intensa. Era inevitabile che anche la fotografia diventasse diversa.
Con Francesco Bocchini, per esempio, ho lavorato anche sull’idea del movimento. Le sue piccole macchine e gli oggetti che costruisce mi hanno suggerito di intervenire in post-produzione, facendo percepire quel senso di dinamismo che appartiene al suo lavoro. Alessandro Roma, invece, è immerso nelle sue grandi tele, nelle ceramiche, nei materiali che utilizza. Ho cercato di fotografarlo come parte integrante della sua opera, quasi fosse immerso dentro il proprio universo creativo. Ogni artista mi ha portato dentro un’atmosfera diversa che ho cercato di rispettare, senza imporre un linguaggio unico.”




















