“È stato surreale,” racconta Stefania Sbrighi. “Ho scoperto di essere stata selezionata a dicembre, poi c’è stata la premiazione negli Stati Uniti. Non mi aspettavo di ricevere anche la medaglia.”
Un riconoscimento importante che conferma un percorso già avviato oltreoceano, dove il suo tratto è diventato rapidamente riconoscibile grazie alle collaborazioni con il New York Times Magazine e New York Times Opinion, Bloomberg e altre realtà editoriali internazionali, come la rivista australiana Made in China. Prima, però, hanno preso forma le collaborazioni italiane con Lucy sulla cultura, la rivista fondata da Nicola Lagioia, dove Stefania ha lavorato anche come Junior art director.
Tutto è nato quasi per caso. Instagram è stato per lei una sorta di portfolio aperto sul mondo. “Gli art director americani fanno molto scouting sui social,” spiega. “Vedono un lavoro che li colpisce e ti scrivono direttamente. È successo così anche a me: sono stata contattata il giorno del mio compleanno del 2024, poi ne è arrivato un altro e un altro ancora.”
Il passaggio decisivo è arrivato proprio con il New York Times. Un’illustrazione dedicata al ruolo dei farmacisti nella crisi degli oppioidi in America le ha fatto capire quale direzione prendere. “Lì ho capito che potevo osare. I direttori artistici erano interessati al lato più inquietante del mio lavoro. Ho iniziato a usare le matite colorate, che prima evitavo perché più difficili da controllare rispetto alla grafite.”
Da quell’esperimento è nato uno stile più pittorico, fatto di luci verdi, atmosfere sospese e suggestioni che richiamano le copertine horror degli anni Ottanta e Novanta. Eppure il suo immaginario non nasce dal cinema horror. Anzi. “Non riesco nemmeno a guardarli, sono emofobica (Ndr., paura del sangue),” dice sorridendo. Le influenze arrivano piuttosto dai libri illustrati dell’infanzia, dai fumetti tedeschi letti durante gli aerosol da bambina e dalle origini svizzere della famiglia. “Mia madre mi regalava le matite Caran d’Ache che uso ancora oggi. In qualche modo credo che tutto sia nato lì.”
Nel suo lavoro convivono inquietudine e ironia, elementi che le hanno permesso di distinguersi in un momento in cui, spiega, “con l’intelligenza artificiale bisogna avere un’identità molto forte.” Per lei il disegno resta soprattutto un atto introspettivo. “Più vado avanti e più capisco cosa voglio raccontare. Disegnare è qualcosa di primitivo, viene prima della scrittura. È un modo per capire chi sei.”
Nonostante i successi internazionali, l’artista sta ancora completando la magistrale in Illustrazione per l’editoria all’Accademia di Bologna. Intanto guarda già oltre la carta stampata. Dopo una prima installazione realizzata a Milano, sogna allestimenti di grandi dimensioni, sculture e collaborazioni con il mondo della moda.
“Mi piacerebbe creare vetrine per case come Hermès, lavorare su spazi immersivi, dipingere opere enormi.” Nel frattempo continua a disegnare, senza desistere dal mettersi in discussione. “Sono ipercritica con me stessa, ma forse è anche questo che mi spinge a cercare sempre qualcosa di nuovo.”





















