Pesarese, classe ’60, Riccardo Poto appartiene, senza dubbio, a quella rara categoria di persone che non si allineano o si lasciano ingabbiare dalle convenzioni. E continuano ostinatamente a creare, anziché imitare.
Definirlo, del resto, non è semplice. Lui stesso rifugge etichette e ruoli precostituiti. Preferisce vivere il presente costruendo il futuro, senza ancorarsi al passato, né lasciarsi sedurre da quelle maschere sociali che troppo spesso soffocano l’autenticità. Ama l’imprevisto, l’emozione di ciò che nasce spontaneamente, che si tratti di un incontro, di una relazione o una canzone. “Una disposizione che richiede una buona dose di solitudine e profonda capacità di raccoglimento interiore. Solo facendo spazio al silenzio, infatti, può nascere lo stupore,” confessa.
Il suo percorso affonda le radici nel mondo della musica, ma prima ancora degli incontri decisivi ci sono state le fondamenta. Un passaggio cruciale è stato l’approdo alla Fonoprint e l’incontro con Maurizio Biancani, figura di riferimento nel panorama della produzione musicale italiana. Accanto a Biancani, Riccardo Poto costruisce basi tecniche solide, assimila rigore, metodo e quella disciplina artigianale che rappresenta l’ossatura invisibile di ogni grande produzione. Su queste basi si innesterà l’incontro con Ivan Graziani, noto cantautore e chitarrista che gli trasmette non soltanto competenze legate alla produzione artistica, ma una visione più ampia e profonda del mestiere.
Da lì arrivano collaborazioni con altri grandi nomi della musica italiana, da Eugenio Finardi a Renato Zero, fino a Raphael Gualazzi e Lucio Dalla. Eppure, in un ambiente spesso dominato da ego ingombranti e atteggiamenti divistici, Poto sceglie un’altra postura: quella dell’ascolto, del rispetto e della collaborazione. Per lui conta soprattutto la consapevolezza che le uniche cose di cui valga davvero la pena andare fieri siano quelle fatte con il cuore.
Da questa visione nasce a Pesaro ‘Palco 50’, la sua terza associazione culturale, dopo ‘Music Container’ negli anni Novanta e ‘Il Giardino delle Arti’ nel 2008. “Più che uno spazio fisico, ‘Palco 50’ è un manifesto culturale: la convinzione che la cultura non debba scendere dall’alto come qualcosa di elitario, ma essere condivisa, coltivata e fatta crescere, offrendo spazio e possibilità a chi ha davvero qualcosa di autentico e prezioso da esprimere,” dichiara.
Teatro, musica, libri, stand-up comedy: linguaggi diversi che, tra le pareti di ‘Palco 50’, trovano un comune denominatore nella forza dell’espressione artistica: “La sfida più grande è sopravvivere e ritagliarsi uno spazio in una terra di mezzo, stretta tra le grandi produzioni e una proposta amatoriale dal respiro corto,” racconta Poto. Resistere, senza rinunciare alla libertà e restando fedeli alla propria visione, è forse la sfida più difficile. E forse anche la più bella perché il sogno di Riccardo Poto, in fondo, non ha nulla di monumentale. Non coincide con consacrazioni o riconoscimenti pubblici, somiglia, piuttosto, a un gesto semplice e profondamente umano: svegliarsi ogni mattina sapendo che esistono ancora idee da far nascere, progetti da accogliere, artisti da ascoltare.
La vera consacrazione, per lui, arriva alla fine di ogni serata, quando il pubblico se ne va, il brusio si spegne e resta soltanto il silenzio. Riccardo rimette a posto le sedie, spegne i riflettori e chiude l’impianto audio. Nessun rito mondano, nessuna celebrazione post-evento. Solo la quiete di chi sa che ogni sipario che si chiude contiene già la promessa di un nuovo inizio.
















