Varcare il portale in cotto di Palazzo Fucci, nel cuore di Fano, sembra quasi di attraversare una soglia tra due dimensioni. Fuori resta il rumore della città, mentre dentro il tempo pare cambiare consistenza. Le mura sembrano respirare e il silenzio, più che assenza di suono, diventa presenza viva di memoria.
Nel quartiere dei Piattelletti, tra via Cavour, via Speranza e via Tomassini, sorge questo luogo antico di oltre 600 mq. Custode di secoli di storie, passaggi e trasformazioni. Palazzo Fucci non è, però, un museo immobile, ma un organismo vivo che continua a dialogare con chi lo attraversa. Nel cortile interno la luce sembra posarsi in modo diverso, quasi rispettoso. E ogni dettaglio – dagli archi ai muri, dalle aperture agli scorci improvvisi – restituisce la sensazione di trovarsi in uno spazio che conserva non soltanto ricordi ma tracce delle vite, delle voci e dei sogni che lo hanno abitato.
Lo si percepisce ancora di più appena si incontra Maria Flora Giammarioli Fucci. Attrice diplomata a Roma nel 1993, che dopo l’esperienza teatrale nella capitale è tornata nella sua Fano dove ha fondato una compagnia teatrale di successo. Forse è proprio il teatro ad averle insegnato che ogni luogo custodisce un’anima: “Il mio rapporto con questo posto è parte di me. Respirare la storia che esce da tutti i pori di questa casa è normalità.” In lei si avverte qualcosa di raro. Non il semplice attaccamento a una dimora di famiglia ma una relazione profonda, come se il palazzo stesso le scorresse nel sangue. “Mi è venuto naturale custodirlo. Il senso dell’accoglienza mi è stato tramandato da sempre. È il mio DNA.”
E accoglienza, qui, non è una parola di circostanza, ma una vera filosofia di vita. Per volontà di sua madre, Carla Fucci, attrice amatissima e pluripremiata scomparsa nel 2019, Maria Flora e suo padre hanno aperto il palazzo all’arte, agli incontri e alla creatività, trasformandolo in un’oasi di condivisione autentica. “Qui ho accolto davvero chiunque senza distinguo. Era la casa di tutti e continua a esserlo.”
La storia del Palazzo affonda le radici nel Quattrocento, dopo l’allargamento della cinta muraria voluto dai Malatesta. Appartenne inizialmente alla famiglia Speranza e in seguito ai Fucci, antica stirpe guelfa originaria di Città di Castello, segnata da una delle pagine più drammatiche della propria storia. Durante le feroci lotte con la famiglia Vitelli furono massacrati tutti i giovani della casata, nel tentativo di annientarne per sempre la discendenza e cancellarne il futuro. Eppure, proprio da quella ferita è nata una discendenza straordinaria, attraversata nei secoli da figure fuori dal comune. Tra queste spicca Caterina Fucci, nonna di Maria Flora, donna sorprendentemente moderna per il suo tempo: cavalcava come gli uomini, fumava il sigaro e spronava i giovani a coltivare energia, creatività e spirito critico. Ebbe persino un rapporto epistolare con Giosuè Carducci, nato da un clamoroso rifiuto a una cena organizzata per conoscerlo.
Al di là delle genealogie illustri, ciò che colpisce della famiglia Fucci è una continuità di visione incredibile: generazione dopo generazione riaffiorano libertà di pensiero, coraggio e curiosità intellettuale. Lo ritroviamo anche in Melchiorre Fucci, nonno di Maria Flora, pittore e creatore del Vulón, storica maschera simbolo del Carnevale di Fano, portata nel 2024 persino al Columbus Day di New York. Ma l’immagine più potente di questa storia non arriva dal passato remoto.
Arriva da Antonio Giammarioli, padre di Maria Flora, che a ottant’anni si è laureato in Sociologia all’Università di Urbino. Proprio qui questo racconto smette di essere soltanto una storia di famiglia assumendo il valore di una dichiarazione culturale; in una società che troppo spesso associa la vecchiaia al ritiro, alla rinuncia o all’invisibilità, il suo gesto diventa un simbolo potente. Ottant’anni e ancora fame di sapere, desiderio di evolvere, nessun limite imposto alla mente.
Forse è questa la vera eredità di Palazzo Fucci: non soltanto muri antichi, stemmi e memorie illustri ma un modo di stare al mondo, la convinzione che la cultura salvi, che la bellezza elevi e che la storia non serva a guardare indietro con nostalgia, bensì a comprendere meglio chi siamo. La bellezza, qui, non è ornamento né privilegio o responsabilità. È un gesto quotidiano di cura verso ciò che ci precede e verso ciò che lasceremo a chi verrà dopo di noi.
Maria Flora lo dice con lieve emozione: “Questo patrimonio va tutelato. A noi spetta il dovere di tenerlo in vita. Ai giovani il diritto di raccogliere questa eredità inestimabile.” Uscendo da Palazzo Fucci si comprende davvero cosa intenda, perché non custodisce soltanto il passato ma spalanca le porte anche al futuro.




















