Il primo stabilimento balneare pesarese – simbolo della stagione balneare a Pesaro – era un rudimentale baraccone in legno, di modeste proporzioni. Al termine di ogni stagione estiva veniva smontato e riposto in un magazzino dell’ex convento di Santa Maria Maddalena. La polizza delle Assicurazioni Generali di Venezia, presso cui era assicurato, lo descrive in questi termini: “Fuori della città di Pesaro di fronte alla Porta Sale esiste sulla riva del mare, di proprietà comunale, un bagno pubblico. Tutto composto e coperto di tavole, sostenuto da pali. Avente all’entrata due camerini laterali per uso degli inservienti, una sala d’aspetto, una piattaforma per ricreazione, passaggi e scale che mettono agli otto camerini per parte.”
La moda dei bagni di mare si stava ormai affermando anche a Pesaro. Iniziava così il suo iter di città balneare, a imitazione del modello romagnolo. Ma l’avvio fu molto stentato, con limitatissime risorse finanziarie e organizzative, in un’ottica provinciale e casalinga, inoltre complicato da un’intricata normativa. Infatti a Pesaro, che nel 1868 contava entro le mura 12.300 abitanti, la ‘voglia di mare’ era soltanto per pochi privilegiati. Miseria grande, scarsezza di raccolti, carestie, colera; servizi municipali carenti su tutti i fronti; grave situazione finanziaria. In tale contesto, l’azienda dei bagni poteva rappresentare una futura speranza di introiti, sia per il Comune che per i privati. Per servire la ‘scelta clientela’, far fronte alla concorrenza e inseguire il miraggio di profitti economici, l’originario baraccone ligneo non poteva più servire.
La commissione per il progetto del nuovo stabilimento propose – ed il Consiglio Comunale approvò – la costruzione di un nuovo edificio. Tutto in muratura, ai bordi della spiaggia, in corrispondenza di via Rossini, ultimato nel maggio 1884. Per mettere in comunicazione via Rossini con quella del nuovo stabilimento balneare – detta strada dei Bagni marittimi, oggi viale della Repubblica – approvarono di “aprire un varco nelle mura”. Questo per costituire “un comodo accesso pei bagni.” La città antica, chiusa finora nel perimetro delle mura roveresche, si apriva per la prima volta verso il mare, in un’ottica balneare non disgiunta da una politica di espansione edilizia ed economica.
Nel 1883 la Giunta municipale approvò il Capitolato per la conduzione dello stabilimento balneario e regolamento disciplinare interno. La conduzione dello stabilimento, unitamente al caffè e ristorante, veniva concessa in appalto triennale, mediante asta pubblica. Nel nuovo stabilimento funzionavano una Commissione direttiva e una Direzione igienica elette in prossimità della stagione dei bagni. Nel 1884 pubblicarono come era ormai d’uso nelle località balneari, un vademecum per i villeggianti Sull’uso dei bagni di mare. Guida ai bagnanti.
Ma la conduzione in appalto dello stabilimento si rivelò deficitaria. Per cui nel 1895 il Comune ne assunse direttamente la gestione, mentre il caffè-ristorante continuava ad essere dato in appalto.
L’Amministrazione Comunale tentava di infoltire la sparuta colonia di bagnanti attirandola con qualche comodità e svago organizzato. Un servizio di vetture a cavalli, propaganda balneare tramite stampa e manifesti murali. Ma lo stabilimento era ancora un’appendice minuscola ed isolata dalla città. La viabilità limitata all’unica strada di accesso in proseguimento di via Rossini. Il verde inesistente. Una secolare insalubrità ambientale, aggravata dal deposito delle pubbliche concimaie in prossimità dello stabilimento. Il Comune tentò gradualmente di inglobare lo stabilimento nella viabilità, nell’edilizia e nella vita cittadina, spezzando quella scissura finora esistente fra zona-mare, soltanto per pochi privilegiati, e zona-centro, per tutto il resto della città.
Nel 1897 venne approvato il piano regolatore edilizio, che già guardava alla ‘marina’ come serbatoio di futuri profitti. L’Amministrazione Comunale decise nel 1898 di acquistare tre ettari di terreno, a destra e a sinistra dello stabilimento, per cedere aree per la costruzione di villini, che dal 1901 iniziarono ad essere edificati in quella che amministratori pubblici e imprenditori privati rivestivano dell’idilliaco nome di città-giardino, in quel tipico linguaggio architettonico che accomunava forme neoclassiche, neogotiche ed esotiche in un ibrido stile di balneazione.
L’ippodromo Adriatico (1902) e dall’Arena lido (1903) animarono la zona-mare, nelle adiacenze dello stabilimento. Tra il 1909 e il 1914 procedeva, pur con polemiche, il definitivo abbattimento delle mura roveresche: l’edificazione della zona-mare era ormai avvenuta, la scissione tra centro e marina superata.
Dopo i cinque anni della prima guerra mondiale, con l’estate del 1919 l’attività balneare ebbe di nuovo inizio ma ormai tutto era cambiato. Nel secondo dopoguerra lo stabilimento, completamente ristrutturato intorno agli anni Venti e denominato Kursaal, risultò completamente abbattuto. Quando nella seconda metà degli anni Cinquanta lo sviluppo turistico vagheggiato agli inizi del secolo è diventato realtà, al turismo dei villini è subentrato quello degli alberghi, che hanno invaso il geometrico equilibrio della città-giardino e alle ristrette élites aristocratiche sono subentrate le folle dell’età dei consumi e del divertimento balneare.



















