Festival della Gioventù comunista: i disordini del 1976

di Andrea Casadio, foto Biblioteca Classense
La ricorrenza di uno degli eventi più rilevanti della storia ravennate della seconda metà del Novecento: 50 anni fa
Kocis, Satana, Lucifero, Trinità. Non sono i nomi dei protagonisti di qualche spaghetti western, ma quelli di alcuni personaggi che, esattamente cinquant’anni or sono, furono gli attori di uno degli eventi più rilevanti della storia ravennate della seconda metà del Novecento.

Il Festival della Gioventù comunista risale all’estate del 1976. L’Italia era percorsa dalle convulsioni del movimentismo giovanile che, dopo gli esordi del ‘68, aveva assunto toni sempre più ribellistici e radicali. Seppur schierata politicamente alla sinistra estrema, tale effervescenza si esplicava spesso al di fuori della linea del marxismo ‘istituzionale’ incarnata dal Partito comunista.

In questo contesto il PCI, e in particolare la sua Federazione giovanile guidata da Massimo D’Alema, decise di tentare una riconnessione con quel mondo inquieto e ‘irregolare’. Individuò il mezzo più adatto nello svolgimento di una grande kermesse che avrebbe fuso spettacolo e politica. Come sede dell’esperimento scelse una delle realtà di punta della FIGC nazionale, ossia appunto Ravenna.

Svoltosi dal 24 luglio al 1° agosto, il Festival della Gioventù comunista comportò un notevole sforzo per il partito locale. Che si fece carico non solo dell’allestimento dell’area dell’ippodromo alla Darsena, tradizionalmente utilizzata per le feste dell’Unità, ma anche dell’impianto di un campeggio a Lido Adriano. Destinato a ospitare parte delle migliaia di giovani che in quei giorni sarebbero affluite da tutta Italia.

Dal punto di vista dell’offerta musicale la manifestazione fu effettivamente di alto livello, con la presenza di molti degli artisti e dei gruppi più di tendenza del momento. Da Lucio Dalla a Edoardo Bennato, da Francesco Guccini a Gino Paoli, dagli Area al Banco di Mutuo Soccorso, solo per fare alcuni nomi. Erano poi previsti dibattiti e manifestazioni politiche, oltre a una rassegna cinematografica con proiezioni quotidiane.

Quello che però gli organizzatori non avevano considerato era che questo format poteva forse venire incontro al gradimento della militanza del partito. Ma ben difficilmente a quello delle fasce più ‘anarchiche’ della galassia giovanile. Solo poche settimane prima, il Festival del Proletariato giovanile organizzato al Parco Lambro di Milano, e naufragato miseramente fra incidenti e recriminazioni, era stato un preoccupante precedente.

Ora, quei problemi si affacciarono anche di fronte alla manifestazione ravennate, quando quella variegata umanità si presentò davanti ai suoi cancelli. Le critiche alla gestione della FIGC, di cui si fecero portavoce in particolare gli esponenti di Lotta Continua, riguardavano soprattutto i costi del biglietto e dei pasti. Nonché il campeggio di Lido Adriano che, secondo i contestatori, appariva piuttosto un ‘lager’, con il suo recinto di filo spinato e l’inquietante torretta di controllo.

Fu dunque impiantato un ‘contro-campeggio’ autogestito. Mentre in città altri gruppi di giovani, aderenti soprattutto al movimento di Autonomia Operaia, iniziarono a bivaccare nelle aiuole fronteggianti l’ingresso dell’ippodromo. Con la minaccia di farvi irruzione con la forza. Le trattative condotte con gli organizzatori scongiurarono tale esito, ma non cancellarono tutti i latenti motivi di tensione. I primi incidenti si ebbero il 27 luglio. Un gruppo di questi indesiderati ospiti si rese protagonista di un’operazione di ‘esproprio proletario’ al supermercato della Standa. Poco dopo, durante un controllo antidroga al bivacco della Darsena, un agente di polizia si sottrasse a un’aggressione sparando in aria un colpo di pistola.

Era il prodromo dei ben più gravi fatti che sarebbero accaduti due giorni dopo, giovedì 29 luglio. Anche in quel caso la miccia fu un controllo di polizia, con relativo parapiglia scoppiato fra i giovani e gli agenti. Questa volta, però, i colpi di pistola non si persero nell’aria, ma andarono a ferire due degli occupanti, uno dei quali venne ferito gravemente all’addome. Quando poi si diffuse la notizia (falsa) che fosse rimasto ucciso, esplosero disordini che andarono ben presto fuori controllo.

Armati di mazze e di pietre, i manifestanti cominciarono a devastare il piazzale, bloccando il traffico e posizionando un autobus come sorta di barricata all’imbocco di via Trieste. Una camionetta dei carabinieri fu colpita da una sassata nel parabrezza, e una scheggia ferì gravemente a un occhio un agente. Si formò poi un corteo che, senza essere contrastato dalle forze dell’ordine nel timore che la situazione degenerasse ulteriormente, percorse via Alberoni e via Diaz. Devastarono tutto quello che incontrò sul proprio cammino. Giunsero quindi fino in piazza, dove furono prese a sassate perfino le finestre della Questura. Al ritorno verso la Darsena nuovi scontri scoppiarono in via Pallavicini con la polizia, che questa volta intervenne con alcune cariche. E che contò fra i propri feriti anche il vicequestore.

Quella sera, in una città traumatizzata, il sindaco e i rappresentanti dei partiti si incontrarono in prefettura. Emisero un comunicato in cui espressero tutta la propria ‘indignazione’ e il pieno sostegno alle forze dell’ordine nella loro opera di contrasto ai ‘gruppi teppistici.’ Opera che aveva effettivamente iniziato a dispiegarsi già nel pomeriggio con l’esecuzione di diversi arresti, fra i quali – oltre ai pittoreschi personaggi menzionati all’inizio della nostra trattazione – non mancò neppure quello di un affermato notaio cittadino e della moglie, rei di avere rivolto pesanti insulti ai poliziotti.

Ma il vero ‘regolamento di conti’ avvenne il giorno dopo. Assunse forme di cui, al di là di qualche vago accenno, sarebbe inutile cercare notizia nelle cronache di stampa. E cioè una vera e propria ‘spedizione punitiva’ effettuata a Lido Adriano non dalla polizia, che fece finta di non vedere, ma dal temibile servizio d’ordine del PCI – in particolare i portuali. Convinse i ‘provocatori’ (la parola, tipica della terminologia politica dell’epoca, forse più utilizzata in quei giorni) a lasciare quanto prima la città.

Il 1° agosto, giorno di chiusura del festival, il PCI organizzò una grande manifestazione che si concluse in piazza Kennedy con un comizio di Gian Carlo Pajetta. A riprova di essere tornato in pieno controllo della situazione. Tuttavia era difficile nascondere il fatto che l’intento politico iniziale era stato totalmente mancato. Il fossato fra il partito e la sinistra radicale si era anzi allargato, e se c’è un importante significato storico da riconoscere in quelle calde giornate dell’estate 1976 sta proprio nel fatto che anticiparono i conflitti di portata ben più vasta che sarebbero esplosi pochi mesi dopo, a livello nazionale, con il movimento del ‘77.

Per Ravenna rimase il ricordo, invero abbastanza rimosso, della traumatica esperienza con cui la sua tranquilla vita di provincia aveva conosciuto per un momento l’esperienza delle lacerazioni che percorrevano l’Italia metropolitana di quei drammatici ‘anni di piombo.’

In apertura, il corteo che invase le vie del centro. Qui sopra, un gruppo di dimostranti con bottiglie, bastoni e spranghe durante un momento della manifestazione.
Pubblicato su Ravenna IN Magazine 03/26, chiuso per la stampa il 28/07/2026

Condividi l’articolo: