Giada Arcangeli e la sua visione artistica

di Deborah Papisca, foto Luigi Angelucci
Un’anima sfaccettata e creativa che respira il teatro fin all’infanzia
Ci sono persone che scelgono il teatro e persone per cui il teatro arriva prima di qualsiasi scelta, come un destino scritto tra sipari, quinte e luci di scena.

Per Giada Arcangeli il teatro è sempre stato questo: non soltanto una professione, ma un luogo dell’anima. Figlia dei fondatori del Teatro Accademia, storica realtà culturale pesarese, Giada oggi è regista teatrale, attrice, doppiatrice e insegnante, ma definirla solo attraverso i ruoli professionali sarebbe riduttivo. 

Il suo universo creativo sfugge alle etichette, si muove su coordinate intime, profondamente personali: “Non sono molto brava a parlare di me,” racconta, “ho sempre pensato che il mio linguaggio fosse diverso, molto interiore, profondo, visionario. Dentro di me esistono gallerie, piccoli musei sotterranei che ho costruito sin da bambina.” Quelle gallerie affondano le radici in una famiglia dove l’arte era presenza quotidiana.

Nipote di un jazzista pesarese, cresciuta tra musica e palcoscenico, Giada ha respirato teatro fin dall’infanzia. Mentre i genitori provavano gli spettacoli, lei giocava con i costumi di scena, osservava il mondo nascosto dietro le quinte. Un privilegio raro, soprattutto nella Pesaro degli anni Ottanta, quando il teatro di provincia era ancora un laboratorio vivo di ricerca e sperimentazione. 

Tra i ricordi più intensi c’è il suo primo spettacolo di mimo, a soli nove anni, diretto da Vincenzo Giampaoli. Si intitolava Cari Pagliacci. “Alla fine entravo in scena con un ombrellino aperto e lo facevo girare in modo smorfioso in mezzo alla platea. Mi sentivo una dea.” Forse è stato proprio allora che ha capito, con l’intuito limpido dell’infanzia, che il teatro sarebbe stato il suo elemento naturale.

“Avevo già compreso che il teatro sarebbe stato il mio pelago e che fuori da lì sarei stata una povera disgraziata.” Da lì arrivano gli studi musicali e poi Bologna, dove frequenta l’Accademia Nazionale di Doppiaggio e l’incontro con maestri come Rodolfo Bianchi e Massimo Giuliani le apre una nuova strada: Roma. Lì, la gavetta sarà durissima: provini interminabili, precarietà, sacrifici. “A volte mangiavo una volta al giorno e ho dormito anche in macchina.” 

Ma proprio in quegli anni avviene la trasformazione più importante: il talento incontra la disciplina. Giada lavora con i grandi nomi del doppiaggio italiano, presta la voce a film internazionali, cartoni animati, spot televisivi, collaborando con RAI e Mediaset. Osserva maestri come Maria Pia Di Meo in sala di registrazione e comprende cosa significhi davvero diventare professionista: “Il doppiaggio è stato il vero metro. Lì ho capito cosa potevo dare davvero.” Una palestra straordinaria, fatta di tecnica, ascolto e umiltà. Anni che l’hanno costretta a misurarsi con l’ansia, l’autocritica feroce e una disciplina quasi assoluta.

Poi arriva, contro ogni previsione, il ritorno a Pesaro. Non era nei piani, ma la vita riscrive il suo percorso. Nel 2010 decide di tornare e riportare a casa tutto ciò che aveva imparato. Nascono così i suoi corsi teatrali, la regia, l’insegnamento, una nuova fase artistica. Il suo sguardo sul teatro contemporaneo è lucido e severo. Vede il pubblico cambiato profondamente. Dagli anni Duemila in poi, racconta, si è progressivamente appiattito, perdendo in parte quella fame di ricerca che aveva animato i decenni precedenti.

I suoi riferimenti restano i grandi maestri: Giorgio Strehler, Luca Ronconi, Wolfgang Amadeus Mozart, Caravaggio ed è proprio alla loro lezione che continua ad attingere, studiando, leggendo. Classico e contemporaneo, antico e moderno, profondità e presente convivono nella sua poetica. In un tempo dominato dai social, Giada osserva con preoccupazione la distanza crescente tra le nuove generazioni e la profondità emotiva. Eppure il suo sguardo non è disilluso.

Nei giovani continua a vedere possibilità immense: “Dentro di loro ci sono ancora cose meravigliose. È solo che fuori esistono sempre meno persone capaci di tirarle fuori.” Ed è proprio questa, oggi, la missione che sente più sua: non offrire risposte comode, ma aprire varchi. “Desidero solo che le persone, attraverso i miei spettacoli, non escano appiattite, ma stimolate a mille riflessioni e a un milione di domande.”

Forse è proprio qui che vive il senso più autentico del teatro secondo Giada Arcangeli: in quello spazio fragile e potentissimo in cui qualcosa, dentro lo spettatore, si incrina. E ricomincia finalmente a sentire.

Giada Arcangeli e la sua visione artistica
In queste foto, Giada Arcangeli, regista teatrale, attrice, doppiatrice e docente. Qui sotto, insieme alla madre Danila Merloni.
Giada Arcangeli e la sua visione artistica
Giada Arcangeli e la sua visione artistica
Pubblicato su Pesaro IN Magazine 01/26, chiuso per la stampa il 06/08/2026

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