Giovanni Martini e l’arte del ferro

di Aldo Savini, foto Lidia Bagnara
Il percorso di Giovanni Martini: da artigiano ad artista e scultore
Lungo il Canale che, sopra Castel Bolognese, collega il Parco della Vena del Gesso con il Parco del Delta del Po a valle, esistevano molti mulini, in gran parte scomparsi come il Molino Figna di Lugo abbattuto per ampliare la San Vitale e costruire un condominio.

Due di pregio sono sopravvissuti, il Molino Scodellino a Castel Bolognese, recentemente recuperato da un’associazione di volontari, e il maestoso mulino del Cinquecento di Fusignano, acquisito da Giovanni Martini. Dopo un accurato restauro, l’artista oggi lo utilizza al pian terreno come laboratorio, officina e atelier. E come spazio espositivo per un museo personale ai piani superiori. 

Nato a Bagnacavallo nel 1944, Giovanni Martini è vissuto quasi sempre a Fusignano. Già alle elementari si distingue per il disegno tanto che l’insegnante lo considera il migliore della classe. Poco più che adolescente, a 15 anni, inizia a lavorare il ferro. Come apprendista carpentiere meccanico all’officina Amog di Lugo che produceva trattori.

Verso i primi anni Settanta conosce due artisti che segneranno le sue scelte e il conseguente percorso creativo. Umberto Folli alla Scuola di Arti e Mestieri di Massa Lombarda, che frequenta la sera dopo il lavoro. E Luigi Soldati che nel suo laboratorio di Voltana lavorava il ferro senza macchine utensili, ma solo con la fucina, l’incudine e il martello.

Da questo momento alla componente artigianale, propria del mestiere, subentra quella artistica. Abbandona il rame, col quale aveva realizzato anfore e vasi dall’originale forma sferica. Per passare al ferro, non lamiera, ma lastre di spessore fino a 3 centimetri. 

Tra i soggetti delle sue sculture nella fase iniziale, oltre agli arredi d’interno e alle basi per tavoli, dominano gli animali, alcuni stilizzati ricavati da un pezzo unico, altri composti di vari elementi assemblati senza saldatura.

La mosca, il cane, il gatto, la mucca, la lumaca, il riccio, il pesce, la capra rimandano al modo popolare e contadino. Giovanni Martini non si limita alla semplice raffigurazione dell’animale, cerca sempre quell’espressività che ne è il tratto caratterizzante. 

Poi subentrano, o meglio si alternano, le figure esili, allungate, protese verso l’alto come l’angelo, il guerriero, San Francesco, la vestale, la maternità, l’abbraccio. 

Infine, ma non ultime, le sculture che si addentrano nel territorio dell’astrazione. Come le colonne alte anche fino a due metri, pensate per esterno, prive di elementi decorativi. Ma ancora di più quelle dalla forma pura come il vortice, il nodo, l’onda, il violino (monumento ad Arcangelo Corelli, posto nella rotonda d’ingresso a Fusignano, provenendo da Masiera), nelle quali Giovanni Martini riesce a dare alla pesantezza del ferro la leggerezza del movimento.

In particolare nella emblematica scultura La luce del ferro del 2011, dalla forma circolare alta 51 centimetri, una fenditura centrale ottenuta con la fiamma ossidrica lascia passare la luce producendo un effetto visivo che attenua la rigidità del materiale. 

Queste sculture contraddistinte dall’estrema semplicità formale sono riconducibili alla Minimal Art, tendenza dell’arte contemporanea caratterizzata dall’anti-espressività, dall’impersonalità, i cui valori estetici risiedono nella fisicità dell’opera privata di tutto ciò che può essere percepito come non essenziale, quindi senza la presenza distraente di elementi inutili in forme spaziali geometriche ridotte al minimo. 

Qui sopra, alcune sculture di Giovanni Martini. In apertura, l’artista al lavoro.

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