Certo, le mura di Ravenna non hanno l’imponenza che ha reso celebri certi borghi medievali con le loro intatte cortine turrite e merlate, o realtà come Lucca e Ferrara. Si tratta però di una presenza fondamentale nella storia della città, e che solo ora, sta finalmente ritrovando la considerazione che merita.
Già con la loro conformazione – un singolare tracciato fra il circolare e il quadrangolare, con ripetuti scarti e deviazioni – le mura dicono molto della peculiare storia urbanistica ravennate. Una storia fatta di una mutazione ambientale radicale e di un progressivo ampliamento verso oriente. Man mano che la linea di costa arretrava lasciando spazio all’espansione della zona abitata.
La parte più antica del perimetro murario è quella costeggiata oggi dalla circonvallazione al Molino, fra il torrione dei Preti e la Torre Zancana. I tratti a essa perpendicolari che si muovono rispettivamente verso porta Gaza e verso porta Adriana. Al loro interno sorgeva la città romana, che si estendeva nel settore sud-occidentale del centro storico odierno. Delimitata probabilmente anche da un quarto lato a nord-est.
Edificata in epoca repubblicana (III secolo a. C.), questa prima cinta muraria fu abbellita durante il governo dell’imperatore Claudio con l’apertura di port’Aurea. L’ingresso monumentale rivolto verso l’allora principale direttrice di accesso via terra alla città, quella meridionale.
È probabile che questa piccola Ravenna ‘rettangolare’ si fosse già espansa oltre i suoi confini originari quando avvenne la svolta che, come è noto, rappresentò la pietra miliare della storia ravennate. E cioè la designazione a capitale imperiale nell’anno 402.
Anche se le nostre informazioni restano incerte, è convinzione diffusa fra gli storici che fu nei decenni immediatamente seguenti, per opera di Valentiniano III e di Galla Placidia, che vennero edificate le mura nel tracciato destinato a restare definitivo. Inglobando i settori prima extraurbani o costieri che andarono a comporre i quartieri della Ravenna capitale. Da quello monumentale a nord (l’area del mausoleo di Galla Placidia e di S. Vitale) fino al sito del palazzo imperiale oltre l’attuale via di Roma.
Fu qui che, in epoca imprecisata ma non oltre il VI secolo, fu innalzato l’ultimo tratto. Il grande muro quasi rettilineo dal tracciato nord-sud che chiudeva il cerchio separando la città dal mare ancora assai vicino.
Il perimetro così disegnato si estendeva per circa 5 km racchiudendo una superficie di quasi 170 ettari, ossia sei volte l’originaria città romana. Naturalmente, non era un manufatto uniforme. Ancor oggi, per esempio, nel tratto di port’Aurea è riconoscibile nel tessuto murario il profilo di antichi merli di epoca imprecisata, poi tamponati. Ma ancora più evidente era la presenza di torrioni di difesa, in particolare (ma non solo) nei pressi delle porte.
Queste furono assai numerose per tutto l’alto Medioevo (verso il Mille sembra che se ne contassero almeno una quindicina). Ed erano posizionate in punti che in gran parte non corrispondono a quelli odierni. Segno che il tessuto viario interno era allora assai diverso da quello attuale. Fra di esse compariva ad esempio la porta Teguriense (così chiamata perché adiacente al punto di ingresso in città del Lamone, anticamente chiamato Tegurio), all’imbocco dell’attuale via S. Vitale, restaurata di recente; una di quelle più antiche e ancor oggi esistente era invece porta Ursicina, l’odierna porta Sisi.
La presenza di un grande numero di accessi favoriva ovviamente l’integrazione col territorio circostante, ed era il segno di una situazione di relativa sicurezza. Furono invece, evidentemente, esigenze di maggiore protezione a indurre, negli ultimi secoli del Medioevo, a chiudere o eliminare molte delle porte. Che difatti in epoca veneziana si erano ridotte ad appena tre. Opera del governo della Serenissima fu anche la costruzione della Rocca Brancaleone. Che però era finalizzata più a una difesa contro eventuali sommosse interne che verso pericoli provenienti da fuori. E infatti, nel 1512, la sua presenza non riuscì a impedire la conquista e il saccheggio da parte dei francesi. Che riuscirono a penetrare in città grazie a una breccia ricavata a suon di bombarde accanto a porta S. Mama.
Come conseguenza, il governo pontificio realizzò in quel luogo una nuova fortificazione, che oggi è preservata alla memoria soprattutto attraverso la toponomastica. Appunto il Bastione di borgo S. Rocco. Di fatto, però, l’epoca delle mura cittadine volgeva ormai al tramonto. Il Cinquecento, da questo punto di vista, è significativo soprattutto perché è il secolo in cui si cristallizzò in gran parte il panorama delle porte non solo nella posizione. Ma anche nella funzione che noi conosciamo. Varco d’ingresso al centro urbano, certo, ma anche prima manifestazione celebrativa e monumentale della città per chi vi giungeva da fuori. Emblematico, in questo senso, il destino di port’Aurea. Fu smantellata in quanto ormai decentrata rispetto alle più importanti direttrici viarie, ma i cui elementi decorativi furono in parte riutilizzati per rinnovare porta Adriana.
In effetti, benché ormai inutili come opera di difesa, le mura non persero del tutto il loro ruolo. Fino all’inizio del Novecento mantennero quello di cinta daziaria, mentre le torri furono riutilizzate in vari modi. Ad esempio come polveriere o ghiacciaie. Una, addirittura, come mulino a vento, e la Zancana come piedistallo per la chiesa, appunto, della Madonna del Torrione.
Questo non impedì però un graduale smantellamento, prima come riserva di mattoni da riutilizzo, poi come effetto di precise scelte urbanistiche. La perdita più grave, dopo il 1860, fu quella della demolizione di quasi tutto il tratto orientale per fare posto alla ferrovia, ma ancora nel secolo scorso ci furono interventi distruttivi, come la realizzazione di piazza Baracca e i molti varchi aperti per realizzare nuovi collegamenti stradali.
Solo tardivamente questa grande infrastruttura che riassume in sé oltre venti secoli di storia ravennate sta tornando oggi a suscitare l’interesse della città. Un interesse che si è manifestato nel recupero di alcune sue parti (la citata porta Teguriense, recentemente il torrione della Polveriera), e che è auspicabile si dispieghi in maniera organica e coerente negli anni a venire.



















