Nicoletta Verna è la scrittrice forlivese che ha letteralmente stregato pubblico e critica attraverso l’uso sapiente della parola. La presenza costante delle sue opere nella top ten dei libri più venduti e i numerosi riconoscimenti messi in bacheca – ben 7 solo nel 2025 per il romanzo I giorni di vetro – sono figli di un talento cristallino, educato con disciplina.
Valori coltivati da una romagnola empatica e gioviale, capace di instaurare un feeling immediato con l’interlocutore e con il lettore. Un’autrice che in pochi anni ha già lasciato un segno nella storia della letteratura. Non solo italiana.
D. Nicoletta, cosa fa una scrittrice forlivese in Toscana?
R. “Conclusi gli studi in Scienze della Comunicazione a Pisa, ho trovato subito lavoro in una casa editrice di Firenze, dove risiedo dal 2001. Ma sono una forlivese doc: il ramo paterno della mia famiglia è originario di Castrocaro, cittadina con cui ho un legame molto forte; in gioventù trascorrevo le estati dai nonni e conservo una casa che curo come qualcosa di prezioso.”
D. Come ha scoperto il talento di scrittrice?
R. “Ho sempre avuto una forte propensione alla lettura e alla scrittura, fonti di vero piacere. A detta di mia madre, fu mio fratello a indurmi a studiare l’alfabeto affidandomi un manuale di elettrotecnica: un espediente per togliersi dai piedi la sorellina rompiscatole. Imparare precocemente mi ha permesso di saltare la prima elementare. Tenevo diari, scrivevo lettere e temi lunghissimi. Tuttavia nutrivo pudore nell’esternare questa mia inclinazione, non mi sentivo all’altezza. Diventare scrittrice è sempre stato il mio più grande sogno, ma da bambina raccontavo di voler diventare esploratrice. E pensare che mi perdo persino nel giardino di casa!”
D. Quando è avvenuto lo ‘switch’?
R. “Il giorno in cui ho trovato il coraggio di far leggere a una professionista il primo romanzo, Il valore affettivo (menzione speciale al Premio Italo Calvino 2020, Ndr.). Ricordo benissimo la telefonata di Francesca Dalena, oggi mia agente ed editor: ‘L’ho letto, devi riscrivere tutto da zero ma devi farlo perché percepisco una voce che deve emergere.’ Ci ha creduto più di me e mi ha dato la spinta decisiva. Ho lavorato molto, cambiando tanto dalla prima stesura a quella definitiva.”
D. Cosa non andava nella prima versione?
R. “Con il senno di poi, anch’io vi ho trovato moltissime ingenuità, tipiche e normali per un’esordiente: sottotracce non collegate tra loro, personaggi senza dimensione e senso narrativo. Spesso si pensa alla scrittura come esito di un flusso magico. In realtà scrivere un libro comporta anche un lavoro di grande fatica, tecnica, applicazione, riscrittura. Dico sempre che riscrivere è importante quanto scrivere, forse di più.”
D. Lei è insegnante alla prestigiosa Scuola Holden: sono in molti a pensare che insegnare tecniche di narrazione possa mettere in catene il talento.
R. “Sui corsi di scrittura ci sono tanti stereotipi negativi. Per imparare a cantare si frequenta una scuola di canto, per iniziare a sciare ci si affida a un maestro. Insomma, per apprendere qualsiasi disciplina artistica è normale formarsi. Rispetto alla scrittura vige invece la convinzione che scrittori si nasca. Se non hai talento, non lo acquisisci a lezione. Ma se il talento c’è, è molto utile studiare la tecnica, fare allenamento, confrontarsi. È necessario tuttavia trovare un docente che non opprima il talento ma lo valorizzi.”
D. Si scrive per ispirazione o per scelta?
R. “Entrambe le cose. A me serve un tema forte, che poi diventa una guida. Ne Il valore affettivo era il senso di colpa, ne I giorni di vetro la violenza come motore di progresso e al tempo stesso distruzione, mentre L’inverno delle stelle è incentrato sulla scelta come responsabilità. Di solito parto da un’idea, o meglio da un’immagine tematica, destinata ad alimentare la narrazione. L’ispirazione è importante ma è utile avere disciplina e una tabella di marcia. Nelle giornate no si lavora ugualmente, magari dedicandosi alla revisione e alla riscrittura.”
D. Ne I giorni di vetro, ambientato nel borgo antico di Castrocaro, lei dimostra una conoscenza minuziosa della storia ma anche della dimensione privata di donne e uomini realmente esistiti. Come si è documentata?
R. “È un romanzo ricchissimo di storie familiari e di aneddoti che mi sono stati raccontati, relativi a persone conosciute, dal dottor Serri Pini a Zambuten alla mia nonna Fafina, ed eventi realmente accaduti, come l’incidente della Spaventa, dove si conoscono i genitori della protagonista. Romanzati al servizio della storia. Poi c’è un minuzioso lavoro di consultazione delle fonti, tra libri, memorie, diari, storie sul folclore locale e sulla Romagna, a partire dai volumi di Gabriele Zelli.”
D. A Castrocaro la narrazione de I giorni di vetro è stata tradotta in esperienza, in visita guidata sui luoghi citati nel volume.
R. “Ne sono felicissima. Il libro ha riscosso tantissimo affetto. Al di là del successo, che fa sempre piacere, la storia è ancora molto viva nelle persone perché ‘toccano’ corde vive e viscerali. A Castrocaro, a margine della presentazione del libro, una signora mi ha portato le lettere scritte dallo zio partigiano la sera prima di essere fucilato. Quando una persona mette in comune una parte così importante della sua storia e della sua intimità, si vive un momento bellissimo di condivisione. Mi hanno fatto grande piacere anche gli incontri nelle scuole: i ragazzi hanno una prospettiva fresca, non ovvia, riconoscono il valore dei libri. Il futuro è qui, esiste e dà speranza.”
D. La sua famiglia come vive la sua professione?
R. “Ho due figli maschi di 10 e 13 anni. Ho chiesto al maggiore di leggere Il romanzo delle streghe, concepito per i ragazzi della sua età: mi ha chiesto 10 euro! (ride compiaciuta). Mio marito invece legge sempre i miei testi prima della pubblicazione: è sincero quanto spietato e mi fido moltissimo di lui. Non lavora nell’editoria, è regista di spot tv.”
D. I giorni di vetro è stato tradotto in tantissime lingue.
R. “Già uscito in Francia, Portogallo e in Russia, presto finirà nelle librerie di altri Paesi europei e degli Stati Uniti. Il fatto che il nome di Castrocaro stia raggiungendo tutto il mondo mi fa sorridere e mi rende felice.”
D. Quali sono i suoi punti di riferimento a livello letterario?
“Il mio faro è Elsa Morante, poi Beppe Fenoglio, tra gli altri scrittori resistenziali Renata Viganò. Sul fronte estero amo molto David Foster Wallace, lo scrittore più geniale del Novecento. Ma sono davvero tantissimi.”
D. Recentemente a Forlì è stata protagonista di TedX, l’evento volto alla diffusione di idee di valore, grazie al coinvolgimento di persone ispirate e ispiranti.
R. “Un’esperienza molto bella, grazie a un gruppo di lavoro formato da ragazzi bravissimi con una preparazione enorme. Abbiamo iniziato a confrontarci con molto anticipo per costruire uno ‘speech’ motivante. Eravamo al Diego Fabbri, un teatro bellissimo, legato alla mia infanzia.”
D. In chiusura, chi è Nicoletta Verna?
R. “Una che corre tantissimo, che arriva alla sera con il fiatone ma che ha avuto nella vita mille enormi fortune. Non mi riferisco alla scrittura ma alle persone incontrate. Sono davvero grata alla vita… nonostante le rincorse.”



















