La Penelope di Rimini tesse ricami su reti plastiche, installazioni effimere che riportano a un’arte antica in modalità e zone inaspettate della città, trasformandola in atto artistico, politico e profondamente umano.
Il progetto nasce circa sette anni fa, quasi per caso, come spesso accade alle cose necessarie. Il primo lavoro di street art a ricamo appare al porto di Rimini. È Lasa andé, “una scritta azzurra cielo, bellissima e illeggibile. Fu un flop pazzesco,” racconta Penelope (nome d’arte). “Dall’altra sponda non si vedeva nulla.” Nel giro di una settimana la scritta viene rifatta, questa volta nera. Da quell’errore iniziale prende forma tutto.
L’uso del dialetto riminese per alcuni motti che l’artista tesse nasce non come radice ereditata, ma come scelta emotiva: “Non lo conosco davvero, nessuna delle mie nonne me l’ha tramandato. Però mi ha sempre affascinata.” Il vernacolo diventa uno strumento “per strappare un sorriso, più diretto, più caldo dell’italiano.”
Dietro c’è un’esigenza personale. In quel periodo la fotografia, linguaggio centrale nel suo percorso, si ferma. “Avevo bisogno di dire cose, ma non ci riuscivo più. L’aria era pesante, dentro e fuori. Da lì la domanda: cosa posso fare, io, nel mio piccolo per mettere in atto un cambiamento?” La risposta è semplice e radicale: “regalare un momento di luce a qualcuno che cammina, una carezza a chi va al lavoro o attraversa la città.”
Le scritte non hanno stagionalità. Restano finché il tempo decide: sole, vento, pioggia, salsedine. Nulla è permanente. In sette anni i ricami sono circa una decina, spesso negli stessi luoghi. La punta della Darsena, dove ora campeggia Più in là dell’orizzonte, è il cuore del progetto: mare, infinito andirivieni di barche e persone. “È il mio posto. Vorrei che lì restasse sempre solo un mio ricamo.”
Tra le scritte più significative T’ci bèla, un dono alle donne posizionato in una via ad alto scorrimento, vicino al centro storico. “Un invito a cercare riconoscimento dentro di sé, lontano dai cliché della perfezione. Un monito gentile, quotidiano,” aggiunge Penelope. “Altre nascono in momenti storici precisi, come Senza mappe né padroni, pensata durante un periodo di forte tensione sociale e politica. Ogni ricamo è una risposta a ciò che accade nel mondo.”
Il Club di Penelope non è un gesto solitario. Lei ricama sempre da sola, ma attorno c’è una comunità reale. Amiche, persone care, il padre, “fondamentale nel montaggio fin dalla prima installazione. Sono loro a confrontarsi sulle frasi, a dare pareri, a scattare foto,” spiega ancora. “Non mi sento mai sola, per questo si chiama Club.”
L’ultimo progetto è nato per i 25 anni di Opera Sant’Antonio. Una frase potente – Qui l’amore resiste – diventa il cuore di un percorso che accompagnerà tutto il 2026, con un progetto fotografico dedicato ai volontari. Ancora una volta, un gesto che cresce, si allarga, resiste.
Nel futuro è previsto il ritorno di un nuovo ricamo in dialetto, sul cavalcavia di viale Tripoli. La frase parla di sogno. “Far sorridere, far pensare, anche solo per trenta secondi.” Perché ricamare parole, oggi, è un atto rivoluzionario. Un modo per ricordarci che il tempo, se lo sappiamo abitare, può ancora essere tessuto con cura.




















