Trapano a pedale, saldatrice, martelli, fresa e lime da orefice. Dall’altra parte del bancone da lavoro lei, l’orefice a Cesena Lucia Ceccarelli, classe 1990. “Certi colleghi uomini ancora si indignano quando saldo con le unghie smaltate,” specifica subito. “Beh, dove sta scritto che non posso farlo?” Basta entrare nel suo laboratorio Acherontia nel cuore di Cesena, e vederla all’opera, per smontare certe consuetudini legate al passato. Ma non tutte.
“Mi definisco un’artigiana, più che un’artista,” racconta. “Lavoro pressoché con gli stessi strumenti di un tempo, quelli che maneggiavano gli orafi fin dall’antichità. Oltre alla manualità, per me fare l’artigiana è prendersi il giusto tempo senza essere, per forza, sempre performante.” La creatività, per lei, c’è sempre stata. “Mia mamma mi ha sempre detto che ho iniziato prima a disegnare, poi a camminare.”
A un certo punto questa creatività è sfociata nel metallo, una passione che cresce sempre di più, e che la spinge a lasciare il percorso di Architettura che aveva intrapreso all’università per iscriversi all’Accademia di Arte Orafa Fiorentina. La passione da una parte, il lavoro dall’altra.
“Ho impiegato anni per decidere di investire davvero nel mio sogno, quello di diventare orafa,” continua a raccontare Lucia, orefice a Cesena. “Era come se volessi custodirlo nel profondo senza mai fargli spiccare il volo. Il fatto è che a un certo punto mi sono detta: i sogni nel cassetto, dopo un po’, fanno la muffa.” Coraggio alla mano, nel 2023 è nato il suo laboratorio olistico di gioielleria artigiana, Acherontia, in via Fantaguzzi a Cesena. Ex via degli Orefici, popolata ai tempi anche da calzolai e orologiai.
“Tutta la mia produzione è qui,” spiega l’orefice, “disegno e saldo davanti ai clienti. Alle mie spalle c’è il reparto battitura, nel retro preparo gli ordini e le spedizioni, e faccio ricerca nella biblioteca personale dove tengo le mie enciclopedie su simboli, piante, animali antichi e i volumi cartacei che consulto prima di produrre un nuovo gioiello. Mi piace perdermi nei mercatini per scovare libri e vecchi manoscritti.”
Le sue collezioni ‘Botanica’, ‘Bestiario’, ‘Arcana’ e la nuovissima ‘Felici Incubi’, sono completamente ispirate alla natura ed eticamente sostenibili. I metalli sono stati riciclati. “Ad esempio l’argento, l’ottone e il rame sono scarti che vengono rifusi dalle ditte dove mi appoggio e ricreati in lastre, filo ecc. Le pietre le cerco io, non in grosse produzioni o prodotte in serie ma in tirature limitate.
Thailandia, Vietnam e Cambogia, Perù, Bolivia e Cile. Ho tolto tutti i processi chimici. Al posto degli acidi, uso acqua, bicarbonato e saponi biologici.” Oltre alla sostenibilità, l’altra parola chiave che si respira dentro il suo laboratorio è ‘personalizzazione’.
“I clienti scelgono una pietra, poi un animale, l’ambiente, i simboli e le storie che li rappresentano di più. Nasce così il mio pezzo unico, un ‘raccontastorie’, per loro. E finché non lo finisco non inizio un altro lavoro.”
La natura è la musa anche di un’altra giovane artigiana, artista e art director forlivese, Ilaria Demo De Lorenzi. “Mio padre è un veterinario, sono cresciuta fra gli animali, in connessione con la natura. All’asilo dicevo che volevo fare l’artista. Ma la svolta è stata quando, durante gli studi all’artistico di Forlì, per caso sono finita a frequentare il corso di oreficeria. Lì mi sono innamorata.”
Ilaria, che da Forlì si è trasferita per lavoro a Milano, ha lanciato il progetto personale ‘Funesta’, che racchiude la creazione e produzione di gioielli artigianali chiamati ‘Agalma’. “Questo lavoro è nato per rispondere alla domanda: ‘quando non ci sei più, dove ti trovo?’ La mia ricerca si fonda sul fatto che la vita è unica, ed è completamente un tutt’uno con la natura.”
Le sue ‘creature’ sono tutti pezzi unici, realizzati a mano attraverso un lento processo di cura e trattamento delle materie prime non proprio convenzionali. Ilaria lavora con ossa, denti, pietre, conchiglie portate a riva, piante secche, piante sradicate, le cosiddette ‘erbacce’, insetti trovati morti in natura come farfalle, libellule, coleotteri, fotografie d’archivio raccolte nel tempo.
“Le raccolgo in natura in modo etico oppure le ricevo in dono, poi le fondo. Per farlo, all’inizio del mio percorso, cercavo laboratori e fonderie dove realizzare i miei progetti, ma spesso ho dovuto abbattere lo scoglio iniziale: che ci faceva una donna così giovane lì? Partire è stato difficile, ma questo non mi ha mai fermata, continuando a sperimentare,” spiega.
“Gli oggetti metallici, preziosi o meno, sono da sempre legati al rituale del ricordo. Mi affascina l’alchimia che si sprigiona quando si lavora con il metallo che permette al materiale di passare da uno stato all’altro, di bruciare ed essere liberato, di essere purificato lasciando dietro di sé una traccia destinata alla memoria. Ancora di più se restano a contatto con il corpo, come i gioielli.”





















