Dirigente di lungo corso della pallacanestro internazionale, Maurizio Gherardini ha costruito la sua carriera tra Europa e Stati Uniti arrivando fino all’Nba, il campionato di basket più importante e competitivo al mondo.
Partito dalla sua Forlì, il manager dal tono pacato ha lasciato un segno duraturo nei contesti in cui ha operato, contribuendo ai successi di realtà come a Treviso, Toronto e Istanbul, mettendo trofei in bacheca a tutte le latitudini e, soprattutto, lasciando in eredità un’impronta organizzativa duratura, capace di far crescere club e interi movimenti anche dopo il suo addio. Un percorso che ha portato Maurizio Gherardini, lo scorso giugno, alla soglia dei 70 anni, alla nomina di presidente della Lega Italiana Basket, l’organismo che gestisce e organizza il massimo campionato nazionale.
D. Presidente Maurizio Gherardini, come affronta questa nuova avventura in Italia?
“Dopo aver trascorso vent’anni in giro per il mondo, era arrivato il momento di tornare a casa. Il basket è un fenomeno globale e come tale va vissuto. Dopo una vita da privilegiato e tante soddisfazioni raccolte, è giusto restituire qualcosa al mio Paese.”
D. Guardandosi indietro, avrebbe mai pensato scrivere pagine così gloriose nell’universo della pallacanestro?
“Nessuno avrebbe potuto prevederlo. L’opportunità di iniziare il percorso me l’ha offerta la squadra della mia città. E il periodo trascorso a Forlì è stato il più importante della mia carriera: ho imparato le dinamiche di spogliatoio, i regolamenti, ho venduto abbonamenti, scritto articoli e cercato sponsor. Insegnamenti che mi hanno dato la possibilità di crescere e avere sempre maggiori responsabilità. Se mi riconosco un merito, è quello di aver avuto il coraggio di uscire dalla comfort zone. Fare basket nella propria città, continuando a vivere in famiglia e tra amici, con un lavoro di responsabilità in banca e prospettive di carriera, sembrava il migliore dei mondi possibili.”
D. Come è nato il suo amore per il basket, Maurizio Gherardini?
R. “Casualmente, ai tempi in cui la tecnologia non offriva le opportunità di seguire lo sport come accade oggi. Ebbi l’occasione di assistere alle partite della Libertas grazie a un giocatore, Ennio Mambelli, che abitava nel mio pianerottolo.
Ero molto amico del figlio. Andai a vedere una partita e fu amore a prima vista. Iniziai anche a giocare assieme a mio fratello. La domenica arrivavo al Villa Romiti anche tre ore prima dell’apertura dei cancelli, toccavo il cielo con un dito.”
D. Come è riuscito a trasformare la passione in professione?
R. “Ai tempi del Liceo scientifico, ebbi la fortuna di vincere una borsa di studio e trascorrere un anno scolastico negli Stati Uniti, a Saint Louis. Intanto in Italia era nata la serie A2 e in vista della stagione cestistica 1974/1975 la Libertas si mise in cerca di un interprete.
Fu l’allenatore di allora, Renzo Paganelli, assieme al dottor Romano Tramonti, a volermi in società. Padroneggiando la lingua, li aiutai a mettere sotto contratto il povero Steve Mitchell. Da lì tutto ebbe inizio. E pensare che i miei genitori non volevano farmi partire per gli Usa.”
D. Perché?
R. “Oggi è facile pensare ‘global’, all’epoca non lo era. Per trattenermi a Forlì, mamma e papà arrivarono a promettermi la moto dei miei sogni. Decisi ugualmente di partire e oggi sono orgoglioso di non aver ceduto alla tentazione.
Mi fa sorridere pensare che il mio primo aereo verso gli Stati Uniti fece scalo in Groenlandia per il rifornimento! I miei genitori non ci sono più ma sono riusciti a seguire lo sviluppo della mia carriera, dalla Nba fino alla Turchia.”
D. Prima tappa del lungo peregrinare è Treviso, dove ha messo in bacheca ben 16 trofei tra cui 4 scudetti e due Eurocup.
R. “Lasciare Forlì non fu affatto semplice ma non sopportavo l’idea di vivere con il rimpianto di non averci provato. Forse al momento non tutti compresero la mia scelta. Sono rimasto alla Benetton 14 anni, i miei figli sono cresciuti a Treviso, oggi base della mia famiglia.”
D. Come è maturato il suo passaggio in Nba?
R. “Dopo le vittorie a Treviso, si è presentata un’altra sfida e ho accettato la proposta dei dirigenti di Toronto. Quando arriva ‘la’ chiamata, quella per raggiungere il top, decidere diventa relativamente facile.”
D. Qual è stata la soddisfazione più grande della sua carriera?
R. “Sarebbe scontato parlare di coppe e scudetti, in realtà la gratificazione maggiore è la consapevolezza di aver lasciato ovunque una legacy. Treviso ha trovato collocazione nella mappa del basket continentale, vincendo sul campo ma anche a livello di scouting e relazioni. Toronto ha scoperto l’internazionalità, oltre a raggiungere l’avanguardia nello studio dei dati e sotto l’aspetto fisioterapico.
Malgrado gli investimenti importanti, il basket turco non aveva ottenuto risultati prima che il Fenerbahçe conquistasse per due volte l’Eurolega. Mi rende molto felice anche la splendida carriera di alcuni collaboratori, diventati apprezzati general manager. Proprio ieri mi è arrivato dall’America un libro dedicato alla crescita del movimento cestistico in Canada, Paese che un tempo viveva di solo hockey e oggi conta 28 giocatori in Nba e tantissimi nelle coppe europee.
Provo grande gioia a leggere di aver contribuito al cambiamento del sistema. Ho lavorato per i Toronto Raptors ma anche per la Federazione: mi presentai alla prima riunione del board con la scritta ‘Revolution’ sulla lavagna.”
D. Ogni tanto riesce a tornare in Romagna?
R. “A Forlì risiedono mia sorella e mio fratello, che fa la spola con Roma, e altri parenti. Cerco di raggiungerli quando posso, tre o quattro volte l’anno. Paradossalmente era più facile tornare negli anni in cui vivevo in America e in Turchia.
Oggi sono itinerante in un quadrilatero che comprende Treviso, gli uffici della Lega a Bologna e quelli della Federazione a Roma, quindi Milano, dove orbitano sponsor e media. Poi ci sono tanti eventi in giro per l’Europa. Di Forlì, mi mancano la dimensione raccolta e le persone con cui sono cresciuto, anche se con molti di loro sono ancora in contatto; tra gli amici del basket sento spesso Rod Griffin.”
D. Quali obiettivi insegue la Lega targata Gherardini?
R. “Aumentare il nostro peso specifico, mettendone a terra il grande potenziale in termini di numeri, contratti e idee; puntare sulla sostenibilità, aiutando i club a diventare virtuosi.”
D. Non può mancare una domanda sul basket forlivese…
R. “Lo seguo sempre, anche in questo momento di sofferenza. La società sta cercando di fare il massimo con le risorse a disposizione. Milita in un campionato equilibrato e difficile, e si trova ad affrontare squadre con budget più elevati. Bisogna essere creativi e fortunati per riuscire a preservare una tradizione cestistica di una città che ha il basket nel Dna.”
D. Chi è, quindi, Maurizio Gherardini?
R. “Un innamorato del basket, che ha avuto il privilegio di vivere la sua passione.”


















