Claudia Gatti, pesarese d’origine, è una manager poliglotta dalla forte azione strategica, che ha fatto dell’empatia culturale, del Made in Italy e dell’audacia del cambiamento la propria firma inconfondibile.
La sua storia è un viaggio d’andata e ritorno tra le colline di Urbino e le luci di Fifth Avenue, tra i silenziosi uffici d’affari di Osaka e le passerelle della Milano Fashion Week. Un percorso trentennale speso a governare i flussi della moda internazionale nell’ambito dell’accessorio. Durante il lockdown ha creato Myclah, la piattaforma e-commerce e di comunicazione creata per sostenere le giovani designer italiane di accessori e moda.
Poi a 52 anni, la svolta: l’ingresso nel management del calcio professionistico con il Cesena Calcio. Oggi, al fianco della proprietà americana, Claudia Gatti, marketing manager del Cesena, applica le regole d’oro del luxury market al rettangolo verde, traducendo la ‘romagnolità’ in un brand globale senza mai snaturarne le radici.
D. Claudia Gatti, come è passata dalla passione delle lingue al business della moda?
R. “Fin da piccolissima ho sviluppato un’attrazione magnetica per tutto ciò che era ‘altrove’. Sono poliglotta: parlo fluentemente inglese, francese, tedesco e spagnolo, e ho acquisito nozioni di giapponese per la conversazione di base. Le parole sono il primo, vero ponte per costruire relazioni commerciali e umane.
Subito dopo gli studi a Urbino ho frequentato un master in marketing e sviluppo del commercio estero. Così ho intrapreso uno stage alla Piero Guidi di Urbino, brand che aveva un mercato fortissimo in Giappone. Lì è nata la mia specializzazione pluridecennale sul mercato nipponico e di conseguenza sono arrivate altre collaborazioni.
Mi sono trasferita in Toscana per gestire un’importante azienda di pelletteria d’eccellenza che realizzava il vero Made in Italy per colossi come Valentino, Yves Saint Laurent, Versace e Chloé, e per conto dello stesso gruppo poi sono passata a New York per circa un anno e mezzo, facendo la spola con Firenze, per aprire un prestigioso showroom sulla Fifth Avenue. La New York di oltre venticinque anni fa è stata una palestra straordinaria, un crocevia di relazioni che il destino ha fatto riemergere, in modo del tutto inaspettato, nella mia avventura al Cesena FC.”
D. Come è arrivato il suo trasferimento in Asia?
R. “Al mio rientro dagli Stati Uniti è iniziata la collaborazione con il marchio Gherardini, pietra miliare della pelletteria fiorentina che doveva aprirsi al mercato Giapponese. Fui incaricata di gestire i delicatissimi rapporti sinergici tra l’Italia e il Giappone, vivendo come resident a Osaka per diversi mesi. Lì ho compreso che l’empatia era la mia arma commerciale più potente: non si trattava solo di vendere, ma di far comprendere la poesia dietro ogni singola cucitura.”
D. Nel pieno di una carriera folgorante, Claudia Gatti ha deciso di ridefinire le sue priorità per amore.
R. “Durante quegli anni intensissimi avevo conosciuto Carlo, l’uomo che sarebbe diventato mio marito, che viveva e lavorava a Cattolica. Per anni ho fatto una vita folle tra Firenze, Osaka, Cattolica, New York, Parigi e Milano. Quando ho capito che lui era la persona della mia vita, ho fatto una scelta radicale: ho rassegnato le dimissioni da AD e mi sono trasferita stabilmente in Romagna. Ho avuto la tenacia di ricollocarmi subito a Rimini come export manager, mantenendo intatta la mia rete di contatti internazionali.”
D. Con la nascita di suo figlio Alessandro è arrivata un’altra svolta: la libera professione.
R. “La maternità cambia le prospettive. Ho capito che la struttura rigida del lavoro dipendente non si conciliava più con il tipo di madre che volevo essere. Così ho aperto la mia partita IVA come consulente. È una scelta che rivendico con orgoglio.
Questo mi ha permesso di allargare gli orizzonti dall’accessorio al ready-to-wear, collaborando con brand straordinari come Peuterey, aiutando a lanciare il marchio di capispalla sartoriali Paltò sul mercato giapponese, e seguendo lo sviluppo di Department 5. Il mio ruolo è sempre stato quello di facilitatrice di sviluppo e connettore di mondi, forte di un’agenda relazionale che custodisco con cura da trent’anni.”
D. Poi è arrivata la telefonata del Cesena FC. Come ha reagito una manager della moda all’ingresso nel calcio professionistico?
R. “La mia prima reazione è stata di grande stupore. Non avevo nulla a che fare con il calcio, non ero una tifosa. Ma la nuova proprietà americana cercava una figura con una solida esperienza internazionale, una conoscenza del mercato globale e una padronanza assoluta dell’inglese americano.
Avevano bisogno di un interlocutore che dialogasse con loro senza filtri culturali, portando una visione manageriale fresca, non inquinata dalle vecchie logiche del calcio italiano. Incredibilmente, uno dei soci fondatori era una persona che avevo conosciuto a New York 25 anni prima. Il destino ha voluto che si ricordasse della mia professionalità, segnalandomi come la figura ideale per guidare l’area commerciale e marketing.”
D. Com’è stato l’impatto con questa nuova industria?
“È stata una scommessa enorme. Il marketing e lo sviluppo del brand seguono regole universali, ma il calcio ha dinamiche uniche ed emozionali, dove il ‘prodotto’ dipende da un pallone che entra o esce di pochi centimetri. Oggi sono alla mia quinta stagione con il Cesena FC e posso dire con orgoglio che la scommessa è stata ampiamente vinta.
Da non tifosa, mi definisco una ‘tifosa in purezza’. A Cesena c’è un senso di appartenenza che prescinde dai risultati sportivi. Questa passione mi ha travolta e contagiata.”
D. Insieme alla proprietà americana, e in particolare con Nicholas Aiello, avete avviato una vera rivoluzione nel branding del club. Quali sono i pilastri del nuovo corso?
R. “Al nostro arrivo la situazione richiedeva una ricostruzione totale del brand. Insieme a Nicholas Aiello abbiamo mutuato il modello di business dello sport system americano, adattandolo alla sensibilità italiana. Abbiamo creato un Fan Village allo stadio per le famiglie, internalizzato e rivoluzionato il settore food & beverage, e oggi gestiamo tre punti vendita fisici stabili più un corner estivo a Cesenatico.
Proprio in questi giorni abbiamo lanciato il nuovo sito web e l’app ufficiale del club, introducendo tecnologie d’avanguardia. Oggi abbiamo un vero e proprio staff che collabora con noi composto per l’80% da donne e questo team è una vera forza.”
D. Una scelta strategica chiara: non americanizzare il Cesena, ma esportare la ‘romagnolità’.
R. “Sarebbe stato un errore snaturare l’identità del club per renderla artificialmente internazionale. Con l’ufficio stampa e comunicazione abbiamo scelto la strada opposta: elevare il concetto di ‘romagnolità’ a brand globale. Tutte le nostre campagne ruotano attorno al concetto di ‘Cesena FC, Capitale della Romagna’ e a far percepire la forza autentica di questa terra.”
D. Claudia Gatti, lei fa la pendolare ogni giorno da Cattolica a Cesena. Come si concilia questa dedizione con la vita privata?
R. “Il calcio è totalizzante, non ha orari e non ha feste. L’unico momento di respiro è tra fine giugno e primi di luglio, ma noi della struttura commerciale non ci fermiamo mai: stiamo già progettando i kit da gioco per le stagioni 2027 e 2028.
Quest’anno abbiamo grandi novità, come il nuovo sponsor tecnico Macron, un partner d’eccellenza per il food & beverage, e il rinnovo della partnership strategica con un brand globale come Heineken, che dimostra la solidità del nostro progetto aziendale.”
D. Qual è il suo messaggio per le giovani donne che desiderano intraprendere una carriera di vertice nell’impresa o nello sport?
R. “Il nostro dovere come manager e come esseri umani è concentrarci sulla metà piena e sfruttarla al massimo. Alle giovani donne dico di non aver paura di cambiare, di osare anche quando le circostanze consiglierebbero la prudenza. Studiate le lingue, viaggiate, cercate di capire cosa dice il mondo ma, soprattutto, non rinunciate mai alla vostra empatia.
Nel business le competenze tecniche si possono acquisire, ma la capacità di connettersi intimamente con le persone e di valorizzarne l’identità è l’unico vero lusso che non passerà mai di moda.”





















