Enzo Babini, il colore della terra

di Aldo Savini, foto Lidia Bagnara
Società e movimento nelle opere dello scultore cotignolese
Cotignolese doc, per non dire romagnolo. Così ama definirsi lo scultore Enzo Babini nato nel 1946 nell’immediato dopoguerra quando Cotignola, come gli altri paesi situati lungo il Senio, era praticamente distrutto. Figlio unico, il padre aveva fatto 10 anni di guerra e, ritornato a casa, era disoccupato.

Durante le elementari, siccome i genitori andavano a lavorare, di pomeriggio insieme agli altri compagni, Enzo Babini veniva accolto dalla scuola di Luigi Varoli. Che dalle due e mezzo alle cinque insegnava a disegnare. In molte occasioni arrivavano gli allievi ‘grandi’, tra cui Folli, Ruffini, Giangrandi e altri, e anche loro dipingevano o si esercitavano in sculture.

Terminate le elementari, grazie all’intervento di Varoli che era membro della giuria del Concorso Internazionale delle Ceramiche, viene accettato – nonostante il numero chiuso – alle medie annesse all’Istituto per la ceramica di Faenza. Completata la formazione con il diploma di maestro d’arte e la maturità di magistero, Enzo Babini inizia dietro concorso la carriera di insegnante di scultura all’Istituto d’Arte di Oristano. Poi, dopo otto anni a Siena, la conclude a Faenza con il pensionamento.

L’ambiente faentino è fondamentale per la sua formazione. Ricorda tra gli insegnanti Alfonso Piancastelli che lo ha introdotto nel mondo complesso della ceramica faentina. Mentre nella bottega di Ivo Sassi ha appreso il mestiere. Imparando a infornare, a cuocere, a smaltare e a fare i riflessi con le unghie dei cavalli.

Tuttavia, i suoi punti di riferimento sono stati Angelo Biancini e Carlo Zauli. Due scultori completamente diversi, uno figurativo e l’altro astrattista, entrambi lontani dalla ceramica decorata alla faentina per vasellame, stoviglie e oggettistica.

Grazie a loro riesce a trovare una linea espressiva che sarà la sua cifra di riconoscimento come scultore sia per la modellazione che per gli smalti. Per Enzo Babini la componente decorativa è ricondotta alla materia, alla terra lavorata a bassorilievo con cromatismi ottenuti esclusivamente dagli ossidi. Non si è allontanato dalla figurazione, sostenuto dall’intenzione di rappresentare l’uomo nella società e nel mondo seguendone il mutamento e cercando di proiettarlo nel futuro.

Il movimento della figura nello spazio è l’ambito di ricerca. Attraverso la forma e il volume dei corpi nello spazio ha sviluppato alcuni temi, che hanno dato vita a importanti cicli di opere. Tra questi la Divina Commedia, il presepe e ultimamente la terra.

Nei cento pannelli della Commedia ha voluto far vedere il viaggio, il percorso di Dante nelle tre cantiche, ponendosi come regista, collocandosi tra Dante e Virgilio, poi tra Dante e Beatrice. Questo per rappresentare con la terracotta le loro parole. Ha così costruito la scena dei singoli canti in modo da rendere visivamente il movimento, la luce e il suono. Attraverso i chiaroscuri ottenuti con la profondità e la prospettiva.

La scultura ‘presepistica’ lo ha impegnato per alcuni decenni, dalle figure singole isolate al corpo unico del presepe nero. Nel suo essere artista Enzo Babini è consapevolmente impegnato ad “aggiungere un tassello a quel grande patrimonio artistico che gli uomini hanno saputo creare al di la delle guerre, delle rovine e delle divisioni. Un filo tenue che non si è mai spezzato. Perché se è vero che il linguaggio unisce e divide i popoli, l’arte va oltre alla parola. E si esprime con modalità e forme comprensibili a tutti.”

Enzo Babini, il colore della terra

Condividi l’articolo: